Iononmidepilo
sabato 21 novembre 2009
"Me ne fotto del Rwanda".
Ok. Racconterò brevemente la travagliata genesi dell'idea che solo stasera, dopo anni di arrancamento a fatica, ho cominciato a focalizzare davvero.
Sul sociale.
Anni fa vidi la famosa puntata del Maurizio Costanzo Show in cui Carmelo Bene si confrontò bizzarramente con le "masse". Insomma, come tutti, rimasi molto colpita da alcune sue frasi (non tanto dall'atteggiamento, invece, che ho trovato perfetto) che a distanza di tempo mi tornano in mente con una certa insistenza ad ogni occasione che mi consenta un'associazione di idee.
Dopo vari "Me ne fotto della storia" e invettive condivisibilissime contro l'istituzionalizzazione della cultura, rimasi folgorata dalla frase che funge da titolo del post.
Amai moltissimo la crudele e compiaciuta sincerità con cui pronunciò quelle parole, ma ancor più mi sentii costretta a rielaborarle e da allora non me ne sono più liberata.
Traccia del tema: Il sociale.
In adolescenza ho letto parecchi libri che ponevano, tragicamente o meno, il famoso problema dell'engagement. Temo che abbia prodotto degli effetti notevoli il fatto che il primo fra questi fosse Cesare Pavese - ad essere sincera non ricordo se si trattasse di La casa in collina o de La luna e i falò. In quei libri c'era un'angoscia con cui ho empatizzato subito e che distiguo chiara e nitida ancora adesso: l'angoscia del disimpegno.
Di Pavese mi è rimasta un'immagine -preziosa, mia - di abulia colpevole: l'inazione e il senso di colpa avvertiti in un unico moto asfittico. (Ricordo che, leggendo, immaginavo il protagonista della storia camminare come trascinandosi le gambe, con gli occhi socchiusi e il sole caldo sulla testa sudata, lo immaginavo affaticato, stanchissimo).
Agire. No, non proprio agire, dico impegnarsi. Nel sociale. Perché?
Questo dilemma mi è stato irrisolvibile da allora fino a stasera. Nel mezzo, tantissima roba. Nella fase esistenzialista della mia vita ho creduto a Sartre ma ho dimenticato la "seconda parte del suo pensiero", ho preso da lui il senso dell'assurdità dell'esistenza, dell'essere vivi e liberi, ma l'ho come zittito là dove ha inteso trasformare questa condizione in qualcosa di così irrimediabilmente terreno come l'impegno sociale e politico. Che ne è dell'assurdo nell'impegno?
Poi ho visto film, letto ancora. A scuola capitava la manifestazione, se vi partecipavo, era sempre con scarsa convinzione. Non mi sentivo a mio agio a camminare incastrata tra un mucchio di gente che cantava slogan per spirito di cameratismo più che per autentica sollecitudine morale. Era un pretesto per socializzare. In quella manifestazione, poniamo, contro la mafia, tra quelle persone, quelle urla, quel sole e quei negozi, c'era tutto meno che il dolore atroce e solitario del parente della vittima di tal dei tali. C'era molto rumore, e le persone sembravano pensare a tutto fuorché a quello che sarebbe stato coerente pensare. Mi sentivo, in effetti, un'imbecille.
Quanti film ho visto sul tema? Sempre hanno lasciato intatto il mio dilemma. Ne ricordo uno, abbastanza mediocre, in cui ad un certo punto si diceva Se non io, chi? Se non ora, quando? e mi immaginai grande attivista in tutti i campi, dai diritti umani ai diritti dei minerali e dei funghi e, ovviamente, delle bestie. Se non io, chi? Se non ora, quando? Eccola, la risposta! Io, io, sennò chi?
Poi mi fermavano per strada, per firmare contro lo stato disumano in cui versano le foche libanesi. Mi dicevo "Dai, è giusto" nascondendo a me stessa, in combutta col mio super-io, che, in fondo, non me ne fregava niente.
Non me ne frega niente.
Lo pensano in molti, in moltissimi, forse tutti, lo pensano, ma lo tacciono perché sanno che è politicamente scorretto, anzi di più: si rischia il linciaggio.
Ma vabè. Poi ho letto quest'articolo e, in qualche modo, mi ha ferito. Adrienne Rich, che ho amato molto, viene liquidata con l'epiteto "spazzatura". Alla rabbia iniziale di leggere un simile giudizio, è seguita l'irrefrenabile riflessione - dico irrefrenabile perché i ricordi di quello che leggo o vedo o penso, emergono in un modo completamente estraneo alla volontà: sento che mi prendono per mano e mi guidano da sé, i nessi. Bloom si esprime poi così:
"se un lavoro non possiede splendore estetico, forza cognitiva e autentica originalità, non vale la pena leggerlo. La letteratura è un' epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico" (...) "I miei autori preferiti restano Dante, Shakespeare, Cervantes, Faulkner, Omero, Proust e Wilde, perché espandono la nostra coscienza senza deformarla. E toccano l' individuo, senza pretese di cambiare il mondo"
Per me, il problema dell'impegno nella vita non è affatto scisso dalla questione dell'impegno dello scrittore. Certo, dire "non è affatto scisso" non significa "necessariamente legato".Semplicemente, c'è un gioco di rimandi che mi costringe a pensarli insieme, anche se poi si tratta di questioni diverse.
Stasera sono stata ad un piccolo spettacolo organizzato fra l'altro da Amnesty, "L'essenziale invisibile". In quest'occasione, tutto l'accumulo di contenuti sul tema che avevo sedimentato in così tanto tempo, ha finalmente preso una direzione. Ho ascoltato delle poesie con molto piacere, salvo poi udire parole che ho trovato inautentiche: si parlava di prigionia, dell'amore della pace, del diritto di amare; la mostra fotografica aveva un solo oggetto: l'oppressione dei popoli, la fame, la povertà. Mi sono irritata. L'interesse per il sociale assunto dall'arte la tradisce. Ho pensato alla poesia esattamente nei termini con cui Bloom ha parlato della letteratura, questa è un'epifania individuale ed espande la coscienza ; se subordinata ad assunzioni socio-politiche la si de-vitalizza, le si toglie la sua verità. Un poeta che scriva del sociale, è un poeta che scrive a tavolino, che ci ragiona: dov'è l'illuminazione febbrile? L'unica sincera, per me.
Io nella poesia, nell'arte, ho sempre trovato la rappresentazione dell'inafferrabile verità, dell'indicibile che pure, dentro, conosco. La poesia è tragica, l'arte lo è, perché assume fino in fondo il contrasto, e, come si dice, lo sublima, perché lo racconta così perfettamente. L'attivismo , mi è sembrato, non racconta la verità, è, come il lavoro, un modo per passare il tempo, un modo per dare un senso a tutto questo. Ma la libertà e la condizione umana forse sono meno schematiche di quanto l'attivismo vuol far credere. La libertà è un concetto così univoco come promettono gli engagés? Coincide davvero con la felicità? Durante la serata è emersa infatti una rappresentazione decisamente schematica della realtà: da un lato l'oppressione, dall'altro la libertà. Che è felicità...
Ho osservato il cameratismo goliardico e l'atmosfera liceale dei ragazzi cosiddetti attivisti e ho pensato che non avrei potuto condividere molto con loro. Ho pensato: perché le foche libanesi e non gli scoiattoli del Tagikistan? Ogni volta che mi sono confrontata con un attivista, ho sempre provato un senso di incomunicabilità gravissimo, mi sono sentita sola, schiacciata da tanti ismi, e ho trovato negli occhi del mio interlocutore una certa frivolezza: non autentico interesse, ma voglia di avere qualcosa da fare e persone con cui condividere questo fare. Ho sempre trovato più affine a me il solitario affranto piuttosto che l'impegnato. Quello che oltre a combattere per i diritti di x e y è sempre in prima fila nelle assemblee studentesche, quello che ha sempre il megafono insomma.
Ma io con questo non voglio svilire l'attivismo: solo cogliere una parte della sua fenomenologia, riservandomi però di riconoscergli un senso.
Nell'attivismo, così come io vorrei fosse inteso davvero, c'è qualcosa di fondamentale, un moto emancipativo di per sé irrefrenabile. Chi è attivo crede nel cambiamento, perché ha messo in discussione quello che gli è stato detto o che è comodo credere. In questo senso l'attivista è più disincantato dell'inerte, più sincero di lui.
Tra gli ultimi, ho visto Le diable, probablement che con brutale profondità ha affrontato l'argomento. Da un lato, ci sono i drammi del mondo, dall'altro io. Tra i personaggi, ci sono gli attivisti e l'inerte. Nel film è rappresentato così sinceramente, da suscitare dolore. C'è un'inerzia irredimibile nel protagonista, una persistente immobilità, che muove dalla percezione della vanità di tutto. Una percezione decisamente dolorosa. Solo la morte può risolvere il contrasto di chi osi affrontarlo fino in fondo e senza pietà: non c'è illusione che tenga.
Nel film l'"attivista" dice più o meno questo: "So della vanità delle cose, però sento lo stesso un attaccamento così forte alla vita". L'inerte poi suicidatosi, evidentemente, no.
Si riduce sempre tutto a quel che si sente?
Infatti non riesco a fare a meno di interessarmi a certo sociale e politico. Sento un'irrefrenabile interesse e desiderio di cambiare molte cose che tecnicamente non dipendono da me, così come sento un'irrefrenabile indifferenza per molte altre. Non posso motivare fino in fondo questa condizione, posso solo assumerla come tale.
Allora ecco la mia idea. La mia idea assume il tragico della poesia e dell'arte che raccontano le contraddizioni di questa vita. C'è uno scarto incolmabile in cui vivo, fra la prospettiva individuale e quella universale: non so risolvere la loro conciliabilità, ma sono due poli di attrazione che in qualche modo indirizzano i miei percorsi. Forse il senso è vivere la contraddizione fino in fondo, senza la pretesa di annullarla in un unicum, accettare la polivalenza e a partire da questa cercare ancora.
PS: Senza Nicola non ci sarei mai arrivata, credo.
mercoledì 11 novembre 2009
Parentesi ontogenetica
Oggi gli ho detto no decine di volte, e lui mi ha sempre ascoltato, con quello sguardo incerto tra il desiderio di continuare e la minaccia del rimprovero.
Oggi gli ho chiesto di ripetermi un pò le vocali, e lui finalmente ha aggiunto alle già note a, e anche la difficilissima i.
Oggi al mio rientro l'ho visto correre carponi verso di me, col sorriso più sincero che abbia mai visto, per poi appendersi alla mia giacca come per arrampicarsi su su fino al mio viso.
Oggi ha imparato ad accendere il lettore dvd, e associando la luce al fiammifero acceso da soffiare, ha preteso di spegnerla, appunto, soffiando.
Oggi diceva sci sci, in risposta ad un mio "sì".
Oggi ha abbandonato la presa dal divano per reggersi in piedi da solo per, addirittura, 1 minuto. Al che io ho applaudito "bravo, bravo" e lui, per l'eccitazione, è caduto a terra.
Oggi ha sbattuto la testa sul muro, però io anziché mostrarmi preoccupata ho fatto finta di niente, lui, dopo avermi guardata ed essersi dato una grattatina sulla testa, ha fatto finta di niente.
Oggi ha capito che io mi arrabbio quando porta alla bocca i cartoncini più piccoli, così, tra i tanti a disposizione di ogni dimensione, ha selezionato i più pericolosi e me li ha solennemente consegnati, non prima del mio altrettanto solenne "grazie!".
E pensare che solo un anno fa era un pupazzetto immobile e frignante. )
giovedì 5 novembre 2009
Il silenzio delle donne?
Il 19 ottobre ho finalmente avuto il piacere di assistere nella mia in genere disattenta città ad un convegno sul tema dell’attuale condizione femminile in Italia, organizzato dall’associazione “Donne in rete” presso il palazzo del consiglio regionale. Moltissime le donne adulte presenti, neanche una coetanea, qualche uomo, molti, forse troppi i politici.
La proiezione del documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo ha dato il via alle discussioni, e qui mi sento di dover fare un inciso: quel documentario ha il merito di avere aperto un dibattito diffuso di cui quello tenutosi a Reggio è solo un esempio, ha risvegliato l’attenzione sul tema che anni e anni di attivismi e associazionismo militante non erano riusciti a porre sul tavolo della politica e del dibattito mediatico, ma soprattutto ha risvegliato l’attenzione delle donne e forse degli uomini che lo hanno visto, contribuendo così a innalzare il loro livello di consapevolezza. I molti articoli che dalla sua proposta su La7 si sono susseguiti, i moltissimi incontri organizzati in tutt’Italia, l’attenzione della stampa estera per la situazione femminile italiana, e molto altro, ritengo che siano stati sapientemente innescati da quel documentario che ha saputo attecchire su uno sdegno già presente in chi l’ha visto, e grazie alla sua incisività e immediatezza comunicativa è riuscito a farsi ascoltare, purtroppo, molto più di quanto la contestazione quotidiana dei gruppi di pressione sia riuscita a fare finora: il documentario è arrivato ai media, mentre le associazioni attive in tema di diritti delle donne non ci erano ancora riuscite, ma non per una loro carenza comunicativa o che, semplicemente perché i media non hanno mai dato loro voce. La relatrice Marsia Modola, rappresentante dell’UDI, durante il convegno ha sottolineato questa realtà, anche in risposta ai tanti interventi su varie testate giornalistiche che hanno denunciato ultimamente un presunto “silenzio delle donne”.
Dato l’abuso del corpo femminile operato dai media, la riduzione delle donne ad uno stato meramente seduttivo del maschio, prelinguistico, quindi animale, incoraggiato continuamente dal marketing che fa del sessismo una strategia di vendita privilegiata, Nadia Urbinati su Repubblica si è domandata dove fossero le donne di fronte a questo loro degrado imposto, perché stessero zitte. Modola ha risposto indirettamente a Urbinati a mio avviso nella maniera migliore: le donne non sono zitte, semmai sono zittite, perché i media hanno scelto di dare l’esclusiva ad un modello femminile mediaticamente inconciliabile con la figura di donna critica e consapevole; le associazioni contro la violenza sulle donne, che esistono e fanno lotta quotidiana, non trovano alcun asilo presso i media; e che dire ancora di tante manifestazioni organizzate in tutt’Italia di cui la televisione, i giornali, le radio, non hanno mai riferito nulla? Queste donne sono veramente in silenzio? C’è un lavoro sottile di resistenza quotidiana di cui non parla nessuno. E’ allora giusto parlare, semmai, di un silenzio sulle donne.
Nadia Urbinati dovrebbe quindi a mio avviso riflettere sull’operazione di censura preventiva avanzata dai media, criticarla anziché fraintenderla come realtà. Denunciando il presunto silenzio delle donne, Urbinati dimostra di non saper discriminare tra la realtà effettiva e la realtà creata dai mezzi di comunicazione, tra le cose come stanno e le cose come conviene far apparire che stiano. Detto da una femminista poi, o da una donna di cultura con un potere dato dal possesso di una penna importante, è molto grave, ancor più se si considera che una giornalista dovrebbe essere consapevole dei meccanismi selettivi che stanno dietro le gerarchie di preferenza dei temi cui dare spazio in un giornale, e, se onesta intellettualmente, dovrebbe criticarli anziché sottoscriverli. Dovrebbe allora cambiare la direzione della sua domanda, sostituire quel “dove siete?” con un “perché non vi danno voce?”, e semmai denunciare questo. Rimando per questo qui e qui.
Tra i tanti interventi, quello di Modola è stato senz’altro quello più fedele alla complessità del problema, l’unico a contestualizzarlo collocandolo nella sua rete di rapporti, a differenza degli altri. Tra le relatrici, infatti, vi erano la psicologa Rosamaria Vita e la sociologa Daniela Orlando che hanno guardato alla situazione femminile da una prospettiva meramente relazionale, “monadica”, psicologica. Parlando della depressione, insistendo sulla necessità di distinguere la patologia dall’uso comune del termine, quindi focalizzando sui problemi di relazione insiti nella cosiddetta condizione umana; Vita ha riflettuto in modo apprezzabile ma senza andare al cuore del problema, anzi direi senza neanche sfiorarlo in superficie.
Infatti, come possiamo spiegare l’assenza delle donne dai ruoli di potere a partire da questa distinzione pretesa urgente? E l’immagine che ne dà la televisione? Si è operato un isolamento: gli aspetti psicologici generali, neanche pensati in rapporto alla questione trattata, sono insufficienti e forse persino inadeguati a spiegare tale stato di cose.
Ma se questo può essere perdonato ad una psicologa, che adotta la prospettiva “monadica” forse per eccessivo rigore deontologico, dalla sociologa mi sarei aspettata decisamente di più. La sociologia è una disciplina immensamente interessante, poiché è per metodo e contenuti messa nelle condizioni di spiegare, meglio forse di altre scienze, le dinamiche culturali e sociali, i conflitti o, come si dice, “l’andamento del mondo”, potendone rappresentare la complessità potenzialmente in maniera non riduttiva, ma consapevole e forse costruttiva. Invece Orlando ha proposto al pubblico delle riflessioni ancora una volta psicologiche e relazionali, isolando il “sistema dei rapporti” a una relazione a due. Ha focalizzato sul tema della “comunicazione interrotta” parlando con preoccupazione anche di una brutta competizione tra le donne, su cui in seguito il dibattito ha insistito ripetutamente come se questa fosse la spiegazione di tutto; la competizione femminile, l’incapacità di fare rete “con le altre” solidalmente e muovendo da una prospettiva comune, per me è sì reale ma inessenziale nella questione.
Parole come “competizione femminile”, “quote rosa”, “problemi di comunicazione”, hanno sistematicamente distolto l’attenzione della discussione dal fuoco del problema, dandone un’immagine dispersiva e poco esplicativa. In generale, non ho amato molti interventi perché tendenti a isolare certi aspetti rispetto al contesto culturale e sociale nei quali di fatto si sviluppano, per valutarli è a mio avviso necessario collocarli nella rete alla quale appartengono. Quella della contestualizzazione non è tanto una mia esigenza, quanto un requisito oggettivo ogni volta che si tratti di problemi così articolati e complessi come quello dell’involuzione della figura e del ruolo femminili che tuttora perdura. Non contestualizzare equivale a fare di una parte la spiegazione pretesa esaustiva del tutto, significa quindi in definitiva presentare un’immagine unilaterale e ingiustificabilmente semplificativa della realtà.
Quindi, prima di ridurre l’esclusione sistematica delle donne dai ruoli di potere a una competizione femminile, a una presunta svogliatezza o disinteresse delle donne, ecc, come nel convegno è stato fatto, dovremmo forse domandarci il perché e considerare la realtà femminile alla luce del suo contesto. A questo si aggiungano i molti interventi di politici e politiche intrisi di retorica, narcisismo e propaganda, che hanno per un lasso di tempo inaccettabilmente lungo monopolizzato il dibattito impedendo indirettamente ai cittadini presenti di prendere la parola, loro che invece la parola, come dire, “ce l’hanno sempre”.
Il dibattito col pubblico ha seguito l’onda dispersiva inaugurata dagli interventi delle relatrici, ma ciascuno ha comunque posto l’accento su l’uno o l’altro aspetto degno di interesse nella valutazione della questione. Qualcuna ha parlato della legge 40: come mai le donne non hanno protestato? Qualcun’altra delle quote rosa, sulla cui urgenza sembrava che tutta la platea fosse unanimemente concorde. Addirittura, qualche esponente del consiglio comunale ha parlato di una presunta incapacità “congenita” delle donne a fare politica, a causa della minore esperienza, in maniera davvero imbarazzante. (Fortunatamente, qualcuno le ha fatto notare che gli uomini, a quanto sembra, non ne sono poi così capaci).
Insomma, qual è il contesto? Ho cercato nel mio intervento di porre l’accento su questo, muovendo dalla questione delle quote rosa data quella sorta di plebiscito in merito di cui non riuscivo a capacitarmi. Agire sulle quote rosa, ho detto, non è forse agire sull’effetto piuttosto che sulla causa? Il fatto, cioè, che le donne non siedano per esempio numerose in Parlamento, è il sintomo di qualcosa che non va a monte. Ho cercato così sinteticamente di proporre un quadro della situazione in cui giacciono le donne ad oggi, e che ricalca le opinioni che ho già espresso su LiberaReggio in passato.
Il patriarcato, innanzitutto, è ancora più difficile da sconfiggere rispetto a cinquant’anni fa, perché ha un nuovo alleato: il mercato. Patriarcato (inteso come sistema di potere che relega le donne a una condizione simbolica e sociale subordinata) e mercato sono oggi inestricabilmente intrecciati in un sodalizio che rischia – anzi, che di fatto ripropone i vecchi problemi che si credevano superati col femminismo, veicola dei modelli di femminilità avvalendosi del potere di forgiare l’immaginario collettivo, gli stereotipi, le credenze comuni, la mentalità; in un sistema ideologico che penalizza anzitutto le nuove generazioni, che, sopraffatte dalle tecnologie, hanno di fatto sempre meno mezzi per difendersi con uno sguardo critico. Ora, è importante focalizzare sulle alternative e sulle possibilità di scelta del modello: quanti modelli femminili abbiamo a disposizione, quali sono più “a portata di mano”, quali vengono costantemente promossi e pubblicizzati come positivi? I media non propongono alternative, o, se le propongono, sono numericamente irrisorie rispetto allo schema dominante, che è, come ho già scritto, quello della bella e muta, dove “bella” va inteso certo nel senso mediatico del termine, che prescrive l’equivalenza tra bellezza e aderenza allo schema di tratti corporei del mercato – così contribuendo persino al decadimento della profondità semantica della parola “bellezza”. Insomma, le donne non sono incoraggiate a pensare, a desiderare un potere diverso da quello seduttivo, ad approfondire le caratteristiche della propria condizione, in breve ad essere critiche e coltivarsi per quello che sono. E insisto nel sottolineare che non si può isolare il meccanismo ai media, perché per mezzo di questi esso si riverbera sull’immaginario collettivo e sulla, come si dice, communis opinio, di fatto creando un costume ed un orientamento generale difficilmente contrastabili, perché tenacemente inculcati. Hanno dalla loro, cioè, l’interiorizzazione dei “fruitori”. Ma accanto a quest’aspetto ho voluto sottolineare il versante “pratico” della questione.
Che dire della divisione del lavoro familiare, di fatto risalente a cinquant’anni fa specie dalle nostre parti? Le donne con figli, che sono molte, in che modo, dato già il contesto ideologico appena accennato, sono agevolate nell’assumere ruoli di potere? In modo disperatamente banale, c’è che, in una coppia con figli, la donna lavora, bada alla prole, all’organizzazione e manutenzione domestica: l’uomo lavora e basta. Concretamente, pensiamo al tempo che rimane a una donna come tante che viva questa situazione per anche solo proiettarsi un po’ più in là di questa semplice routine. Se manca il tempo per aprire un libro, foss’anche per riflettere, se necessitano i soldi, la famosa pagnotta, come può ella anche solo formulare un pensiero altro, che esca dal tracciato prescritto dalla sua vita attuale? La politica, poi, richiede dedizione, costanza, impegno, studio (anche se ad oggi non si direbbe), come potrebbe una donna con figli dato lo stato di cose applicarvisi? Se la società usasse la stessa foga che usa quando parla di aborto in termini di assassinio per aiutare concretamente la decisione e l’esercizio concreto della maternità; se gli uomini abbandonassero la convinzione che la compagna sia una domestica e adottassero la prospettiva dell’equa collaborazione; se sin da piccole avessero dei modelli femminili alternativi da assumere come guide ideali nella formazione; e molti altri se, forse le donne si avvicinerebbero da sé ai ruoli di potere, avrebbero il tempo per ripensarsi e sarebbero concretamente messe nelle condizioni di desiderare un destino altro da quello predisposto dai media e dalla mentalità sessista diffusa.
Ho riportato più o meno fedelmente il succo del mio intervento; mi è dispiaciuto di non aver potuto sentire la risposta di Marsia Modola che sembrava intenzionata a dirmi qualcosa, perché qualche politico/a fremeva dalla voglia di effondersi nelle “ultime parole retoriche”.
Nonostante tutto, ho apprezzato il fatto che si sia tenuto un simile incontro qui, dove persistono retaggi fortemente sessisti in più forme, e manca di conseguenza pressoché del tutto una consapevolezza critica relativa a questi temi. L’inerzia culturale di Reggio ha bisogno di incontri come questo, certo perfettibili, come fonte d’informazione alternativa: l’unica che può indebolire il sistema.
mercoledì 28 ottobre 2009
I brividi del precariato/ 2
Volevo dire che bisogna fare i conti con le cose pratiche concrete reali incombenti. E' il famoso problema de la pagnotta. Ho giusto ieri scoperto, leggendo una breve cronologia della vita di Leopardi, che quel disgraziato ha passato un buon 50% della sua permanenza terrena a cercare di come campare. Ha vissuto sotto il tetto economico del padre per un periodo inaccettabilmente - per lui - lungo, e le sue 'migliori' (!) disperazioni temo che siano scaturite fra l'altro da questo. Dipendo da lui, ma non mi sento libero.
All'epoca andava molto di moda la carriera ecclesiastica. Per un giovane di cultura era il massimo economicamente parlando cui poter aspirare. Inutile dire che Leopardi manco morto avrebbe fatto il prete. Questo fu uno dei suoi principali problemi. Evidentemente, non è che il lavoro, al posto del padre, l'avrebbe reso libero.
Scendere a patti.
Quanto tempo ha perso Giacomo per cercare un impiego?
Quante energie mentali ha indirizzato a questo scopo, a scapito di chi sa quale altro capolavoro mai per questo venuto alla luce?
Che percentuale di vita in noi viene sprecata dietro beghe burocratiche, centri per l'impiego, stratagemmi per aumentare crediti e punteggi, sgomitamenti col resto dell'umanità in caccia per l'ultimo posto rimasto? Ma soprattutto, cosa faremmo senza?
La pagnotta è un problema serio.
Cioè, uno passa tutta l'adolescenza a credere che la propria vita sarà eccezionale. Allora studia, legge, viaggia e sogna, finché un bel giorno, capperi, la pagnotta.
Che ne sarà dello studio? E dei viaggi? I sogni, poi?L'amore?
Tutto avrà il suo apposito angolino. L'esistenza sarà organizzata in compartimenti stagni.
I viaggi ad agosto.
I sogni sempre, purché non lo si dia a vedere.
L'amore. Sì. Per quello c'è il 14 febbraio.
mercoledì 21 ottobre 2009
I piedi per terra
Si parla del giocare a fare i ribelli da regazzini per poi rendersi conto con commozione che si è il calco dei propri genitori. Inutile prenderci in giro. Inutile aspirare a qualcosa di diverso. Il messaggio è: smettila di sperare che qualcosa possa cambiare, ma dove vuoi andare, tanto lo sai che alla fine ripeterai il sistema di vita che credi di aborrire, perciò non fare storie e corri a baciare mamma e papà prima che sia troppo tardi.
Insomma, si replica l'atteggiamento di ripulsa per quello che crede ancora nella possibilità del cambiamento, comunemente noto come idealista. Le sue aspirazioni vengono neutralizzate chiamandolo spregiativamente così, e invitandolo per questa via a mettere i piedi per terra. Che poi, la "terra" è quella predefinita da "loro". Viene incoraggiata una sua rappresentazione specifica: una persone che giace tra le nuvole, illusa, infantile, anche buffa. Proprio come avvenne per Socrate ne Le nuvole di Aristofane.
Questo spot non differisce dagli altri, in realtà. Semplicemente rende esplicito un contenuto su cui le forze di tutti gli altri spot, e i media in generale, convergono unanimemente: convincere i fruitori che il cambiamento è impossibile. Come si diceva tempo fa è questo l'alimento principale che nutre il sistema: la credenza nella sua ineluttabilità. Proprio come fosse un destino, o una seconda pelle. Questa credenza va inculcata in tutti i modi. Il principio di realtà freudiano è monopolizzato dal sistema capitalistico.
Come al solito, la strategia persuasiva fa leva sulla parte più adescabile e manipolabile delle persone: le emozioni. Nello spot in particolare, vengono mostrate immagini di scambi affettivi tra genitori e figli, poi una casa accogliente da cui escono dei tizi coi capelli bianchi in procinto di abbracciare gli ex-ribelli figli, le immagini scorrono in bianco e nero su un sottofondo musicale struggente.
Ma com'è bella la casa, la famiglia, il caminetto, il posto fisso. Visto? Alla fine tutte le pubblicità ruotano intorno alla sola che l'abbia detto sin dall'inizio: la Mulino Bianco.
Hanno capito che alla gente piace vedere approvato il proprio stile di vita, che la frustrazione che prova così può essere riscattata dalla convinzione inculcata che è l'unico modo possibile in cui essere felici. E' come se periodicamente (in realtà avviene di continuo) si dovesse fare di tutto per motivare i consumatori a continuare su questa strada, per evitare che si discostino dalla via maestra tracciata dal marketing militante. Sì, ovviamente ci sarà sempre il ribelle, l'eccentrico, l'anticonformista, ma non possono dare alcun fastidio finché saranno scoraggiati sistematicamente da tutti a credere in possibilità altre, e alla fine ci credo che uno smette di crederci.
Un altro esempio attuale di questa tendenza del "sistema" ad autosponsorizzarsi si può trovare qui.
Ne ho abbastanza. Vedo questa cosa ovunque. Non perché ne sia ossessionata, ma perché è spudoratamente oggettiva. Vedo chiara la manipolazione. Ho paura del futuro, di quando questo sistema sarà sempre più radicato e andranno persi anche i mezzi di educazione alternativa: cioè ora io posso criticarlo, ma solo perché resta uno spiraglio relativamente ampio di formazione a-mediatica.
Non aggiungo nulla, lascio che lei parli per me.
lunedì 12 ottobre 2009
I brividi del precariato
Il giorno in cui qualcuno mi sottoporrà un contratto che comprenda questi termini, sarà il giorno in cui penserò al suicidio con più desiderio del solito. Penso che mi metterò a piangere davanti al dirigente dell'azienda o istituzione tal dei tali in procinto di offrirmi la penna con cui firmare la mia disfatta, gli sussurrerò nell'orecchio un tragico "non-posso" e, dopo un paio di singhiozzi, nevroticamente mi guarderò intorno per cercare la via di fuga più vicina.
(Ma mi si potrebbe dire: tranquilla, di questi tempi, non c'è pericolo).
giovedì 24 settembre 2009
Lo sborone.
Oggi parliamo dello Sborone, di cui mi riservo di omettere le eventuali etimologie per motivi strettamente pudici, anche e forse meglio noto come lo spaccone, lo spocchioso, il vanitoso, il saccente, l'egocentrico, ecc ecc.
Lo Sborone è un tipo umano interessante da analizzare, perché è fondamentalmente un bizzarro. Tale bizzarrìa deriva dall'esasperazione di alcune caratteristiche che presso altri soggetti, comunemente, sono presenti in formato ridotto; vale a dire: l'autoesaltazione, il narcisismo. Ciascuno di noi, infatti, ha una certa dose irrinunciabile di narcisismo, presente in vari gradi e intensità, ma in genere limitato all'autocompiacimento per un presunto o reale o attribuito ma non verificabile successo, alla soddisfazione nell'udire un complimento, al desiderio di mostrare agli altri, eventualmente anche a mezzo finzione, la parte migliore di sé, al mostrarsi, come si dice, tendenzialmente splendidi in società, e al cercare moderatamente l'approvazione altrui. Qui, forse, siamo nella norma.
Lo Sborone invece, ha la mente pressoché del tutto ingombra da un solo pensiero: io sto apparendo. L'idea che qualcuno gli stia di fronte, eventualmente nell'atto di interloquire o di guardarlo, gli procura un' incontrollata libidine, un'autentica eccitazione che probabilmente porta anche all'erezione o al suo corrispettivo femminile, ma questo non so confermarlo dato che non è mia abitudine scrutare nei pantaloni delle persone che ho di fronte, men che meno degli sboroni.
Fatto sta che quest'eccitazione irrefrenabile è come se gli procurasse delle scariche neuronali più potenti del solito, e più diffuse nella corteccia cerebrale: c'è, come dire, un'iperattività mentale che sfocia di solito nella logorroicità.
Ma attenzione, non dobbiamo confondere Il Logorroico con Lo Sborone. In genere, in entrambi è presente il germe dell'altro, in specie Lo Sborone è quasi sempre logorroico, ma è difficile che Il Logorroico sia anche necessariamente sborone. La differenza sta in una caratteristica fondamentale: la chiacchiera a briglie sciolte dello Sborone è sempre autoriferita, mentre quella del logorroico verte su tutti gli oggetti possibili (cioè, nessuno). Ciò significa che, anche là dove dia l'illusione di partecipare a un dialogo, e l'oggetto di tale dialogo sia per esempio l'interlocutore e non lui stesso, anche in questo caso ogni sua parola è pensata e detta in vista dell'unico fine di autoincensarsi un pochino. Ogni conversazione per lo Sborone è un'opportunità di pubblicità, più che un'autentica possibilità di condivisione.
E' per questo che nello Sborone l'empatia è pressoché del tutto assente, infatti si pensa (meglio, io lo penso, NdR) che ci sia una disfunzione proprio nell'area cerebrale dei famosi neuroni specchio: sicuramente quelli dello Sborone o mancano o non fanno sinapsi, o ancora hanno in dotazione dei dispositivi chimici eccezionali che dànno loro una funzione opposta a quella comune: essi sono lo specchio dello Sborone stesso.
La fenomenologia dello Sborone si caratterizza per una scarna casistica, poiché, in fondo, si comporta sempre allo stesso modo, pressoché schematizzabile così: coscienza di apparire --> individuazione strategica dell'oggetto di conversazione--> tentativo disperato di piegarlo a vantaggio della propria immagine.
Esempio. Lo Sborone, e, poniamo, Il Tirchio, s'incontrano al bar. Il Tirchio chiede allo Sborone di offrirgli un caffè, ma in modo velato, precisamente così Diamine, ho lasciato il portafoglio in macchina, peccato che stamattina ho chiesto un passaggio perché era a secco, altrimenti andrei a prenderlo. Lo Sborone coglie l'occasione per mostrare a tutti che per lui i soldi non contano (o che lui è ricco), così risponde ad alta voce in modo che nessuno presente nel bar rischi di non udire le sue parole, offro io! ma ho un pezzo da cento, chi sa se questa bellissima signorina può cambiarmelo.
Se l'oggetto della conversazione è un viaggio svolto di recente dall'interlocutore, Lo Sborone neutralizzerà ogni tentativo di raccontare qualche aneddoto divertente sulla vacanza, e lo farà parlare quel giusto che gli serva da spunto per un'ulteriore autoesaltazione. Facciamo che l'interlocutore sia stato in Francia, di cui ha apprezzato, dice, in particolar modo i formaggi. Lo Sborone, che non ha mai visitato la Francia, né assaggiati i suoi formaggi, spremerà le sue meningi al fine di trovare un appiglio per orientare la conversazione sull'eccezionalità della sua persona, senza però allontanarsi del tutto dal contenuto della conversazione, cioè in modo non troppo vistoso, ma poiché ciò non è possibile, lo farà inevitabilmente in modo troppo vistoso.
Cioè dirà la Francia? il padre del mio bisnonno ha vissuto in Francia, a Parigi mi pare . Sì che la caratteristica costante dei suoi disperati tentativi di orientamento egocentrico di tutto quanto lo circondi è la totale sconnessione di, appunto, ciò che lo circonda con lui stesso.
Questa eterogeneità costitutiva dello Sborone gli dà una coloritura kitsch, che, confesso, mi fa un po' tenerezza. Dài, parla un po' di te, se ti appaga. Egli è felice come un bambino, quando il palco è sgombro e puo' vomitare senza censure il suo io esondante fino a ricoprire di sé tutto quanto, come a seppellirlo.
Lo Sborone qui ritratto non soffre di disturbo bipolare, perché questo presuppone autocritica, una periodica retromarcia nel ridimensionamento, sia pure alternato con picchi di autostima. Lo Sborone propriamente detto non ha mai tentennamenti sulle immaginate dimensioni di se stesso. perché il dubitare presuppone un'empatia che lui, per via dei suoi neuroni specchio auto-rivolti, non ha mai provato se non in forme molto abbozzate e comunque emotivamente trascurabili.
E' talmente radicata nello Sborone la convinzione della sua eccezionalità, che solo difficilmente vivrà momenti di sconforto,e, se li vivrà, come è umano, farà in modo di fare anche di essi un'occasione di autocelebrazione. Per esempio, davanti a un'amica che lo consolerà fra le lacrime, sfoggerà un accorato monologo sulle sue sofferenze, sulla sua capacità di far fronte alle grandi miserie che gli sono capitate, sulla sua formidabile tenacia virile di fronte alle trappole che la vita gli ha teso. Sì che quella non potrà non provare ammirazione per un uomo così sensibile, e a un tempo così forte.
Lo Sborone infatti non può vivere se non in società. Da sé sa già di essere meraviglioso, per questo il suo compito principale è ora comunicarlo a tutti, in modo che nessuno non ne sia al corrente.Ci troviamo infatti di fronte a un paradosso umano: egli è un animale politico ma al tempo stesso il più impolitico degli animali.
Lo Sborone scivola sulla superficie di tutti gli avvenimenti, di cui opera una selezione cognitiva che riduce all'osso ogni possibilità di comunicazione, di condivisione, in una parola di fuoriuscita da se stesso per far spazio al mondo. Al contrario, in ogni contesto Lo Sborone è indaffarato nel trovare tutte i modi possibili con cui sottolineare la sua straordinaria presenza.
La sua ironia, così, si avvale di battute preconfezionate ad effetto, il loro scopo non è rallegrare bensì mostrare quanto egli è simpatico e colorito.
La sua partecipazione a discussioni sull'attualità, è finalizzata a mostrare a quello che propriamente dovremmo chiamare 'pubblico' anziché insieme degli interlocutori, che lui è informatissimo e sa analizzare al meglio i problemi della società di oggi; per questo utilizzerà vocaboli desueti, ampollosi, ricercatissimi incastrati in lunghi periodi, in modo che se ne possa al contempo apprezzare la straordinaria proprietà di linguaggio, che all'occhio disattento del pubblico preferito dallo Sborone sembrerà sintomo di una profondità d'animo sopra la media. Vedranno che so essere divertente ma anche serio e profondo, penseranno che sono un eclettico, sì, un eclettico! Nella mente dello Sborone scorrono velocemente fiumi di aggettivi che egli si prefigura di suscitare, con immensa libidine gioca a indovinare quale magnifica qualità gli verrà attribuita dopo l'ennesimo exploit.
La sua esistenza, dunque, non va pensata in termini di 'vita', ma semmai in termini di performance. Ogni situazione sociale accidentale o meno è vissuta dallo Sborone come una prova, un test di valutazione che, ne è convinto, supererà brillantemente.
In lui si compie parossisticamente il vecchio invito wildeano a fare della propria vita un capolavoro. Lo Sborone ha preso fin troppo alla lettera il messaggio di Oscar Wilde, provandosi a realizzarlo con una costanza, un'ostinazione, una cecità, che hanno del maniacale, praticamente facendo dela vita un esercizio instancabile di scolpimento sempre perfettibile benché mai imperfetto della propria immagine.
martedì 1 settembre 2009
Come dividersi in quattro pur rimanendo una.
All'inizio c'è una calma spettrale, un silenzio e una tranquillità persino noiose. Sulle note di House of the rising sun i camerieri oziano bellamente, passa un menu, porta una Beck's, sparecchia il tavolo n.29. Resta pure il tempo per una sigaretta, per una chiacchierata semiseria al bancone, per sistemare gli angoli delle tovaglie che in realtà non ne hanno alcun bisogno. Ahhh che noia.
Neanche il tempo di dirlo, ne entrano 20. Tutti addobbati a festa e con aria spiritosa, aspettano un tavolo per 20 che non esisterà mai, lì. Allora unisci i tavoli, sposta le sedie. Ok: dai, finalmente si fa qualcosa.
Il caso vuole che proprio in quell'istante entrino due gruppi da 5 e da 6 rispettivamente. Contemporaneamente altri 10.
Peccato che si è solo in due a gestire tutto.
Scusa, possiamo ordinare? Certo. Da bere? Mmmm aspetta che mi prendo? Una Corona. Scrivo una Corona. Aspetta aspetta no, metti Heiniken. Ok, cancello e riscrivo. Le pepite sono piccanti? Me le fai avere piccanti? Nel frattempo da un altro tavolo chiedono il conto. Un altro tavolo ancora reclama i cocktail ordinati un'ora prima. Ma nel frattempo. Senti cancella tutto e metti un Mojito, và. Ok, basta così? No dunque (arrotolandosi una ciocca di capelli) com'è questo panino? C'è scritto. Ah. ... Ragazzi che mi consigliate, questo fa ingrassare? Intanto in cucina ti aspettano 7 piatti da portare. E al banco 3 vassoi pieni. L'altro ragazzo sta fumando una sigaretta fuori, ovviamente dopo aver sbagliato a segnare i numeri dei tavoli che sì, bisogna ricordare a memoria, e dopo averti fatto sbagliare un numero vergognoso di portate, nonché ah, cosa fondamentale, dopo essersi offerto spontaneamente le ordinazioni le prendo io.
Ecco le patatine. No scusa noi avevamo ordinato due panini. Ah. Moltiplicare questa scena per dieci, almeno. E contestualizzarla.
Mentre prendi le ordinazioni, aggiungi altre portate alle ordinazioni già fatte, correggi i numeri dei tavoli che il tuo collega ha sbagliato a segnare sui tremila fogliettini sparsi tra cassa banco e cucina, ti scusi per il ritardo con mezzo mondo che reclama da bere dopo aver finito di mangiare già da un pezzo, ci sono 6 tavoli da sparecchiare dove intanto si sono accomodate altre persone nauseate dai piatti sporchi che ancora giacciono lì, nel frattempo altri chiedono il conto, e neanche a farlo apposta il tizio che fa il conto è lo stesso che in quel momento sta fumando una sigaretta fuori, e che poi, quando te la vorrai fumare tu, ti farà chiamare perchè, scusa se ti rompo, ma c'è-da-lavorare.
Ovviamente, se non porti il conto, in mezzo a una marea di persone accalcate qua e là e che fra l'altro minaccia continuamente di farti rovesciare quei sei bicchieri pieni che con enorme concetrazione dovrai portare dall'altra parte della sala facendoti largo coi gomiti, dico, quelli se ne vanno senza pagare e tu non te ne accorgerai mai.
Poi noto che c'è uno che mi osserva in modo un po' insistente da un angolo, chi sa da quando dato che non ho mai gettato lo sguardo lì. Mi guarda in modo perverso e mi dà fastidio. Ma non ho tempo di pensarci. Scusa, stiamo aspettando la Coca.
Poi mi chiama per nome (com'è che lo sa?) e mi regala un fiore di carta. E un biglietto Denise la vita è dura io ti amo non farmi soffrire ti prego. Gli restituisco il biglietto mi dimentichi.
Alla fine mi viene pure da ridere.
Scusa, stiamo aspettando le birre da un'ora e mezza.
Scusa, ti avevo chiesto il Ketchup.
Scusa, potresti portarmi del limone? Ti avevo chiesto il limone.
Scusa, il tabasco mettimelo a parte, per favore, e mettimi un'oliva nel cocktail che ho chiesto.
Che tavolo è? 26. Scrivere un biglietto alla cassa, uno al banco e l'altro in cucina. Poi, eventualmente, portare quanto è stato chiesto. Ah ma il 13 aveva chiesto di aggiungere due birre. Trova il foglietto, aggiungi le birre, ricordati di portarle. Ma manca il ghiaccio. Scendi in cantina a prendere il ghiaccio. E devo fare pipì, subito. Cazzo, dovevo scrivere il biglietto. Ma che avevano ordinato, e, soprattutto, chi? Sì un attimo e le porto il conto. Sì sì ha ragione mi scusi è che mancano dei colleghi. Sorriso falsissimo. Ma che dovevo fare?
Porto i panini giusti, finalmente. Ahhh era ora, ma come siete disorganizzati! Penso a D., che sempre mi intima 'sorridere-sorridere-sorridere'. Devi scusarci, ci sono molte persone e io sono sola. Quella fa la faccia seccata. Io sorrido a 36 denti mentre dentro sono tutta insulti calci pugni sputi ma vatti a sparare.
Allora ho capito una cosa. Ogni tavolo è un microcosmo che si sente il centro del mondo. Ogni locale rappresenta in piccolo il grande. Ne è come lo specchio, diciamo.
lunedì 24 agosto 2009
Yes Man e l'involuzione della rivoluzione
Per rigore di semplificazione, appunto, la trama si muove tutta seguendo sempre fedelmente una sfilza di facili dicotomie: sì/no, triste/felice, noioso/divertente, e simili.
C'è il protagonista inizialmente presentato come imbruttito dalla routine di lavoro, da un amore finito, annoiato e sbuffante - e si insiste molto su questo, in modo da togliere ogni ambiguità alle emozioni manifeste del personaggio, e in generale si punta su una recitazione ridotta all'osso delle emozioni (per es. triste, felice, scatenato, annoiato, sempre in modo semplice e netto) insomma è come si dice inequivocabilmente 'depresso', tutto gli va male, tutto è uno schifo eccetera. Finché un bel giorno si imbatte in uno di quegli incontri in cui gruppi indistinti di persone si affidano a una specie di guru che svela loro com'è che devono vivere, e questi ne escono illuminati e purificati definitivamente, salvo previo acquisto del 'pacchetto', che comprende, che so, dvd, libro, brochure informativa, del programma rivelatore dell'esistenza previsto. Inutile dire che il contenuto sponsorizzato in questa sede è quello, semplicemente, di dire 'sì alla vita'. Inutile aspettarsi ulteriori spiegazioni, qualche cenno d'approfondimento, sfumature altre del concetto: per chi si accinga a guardarlo, si metta l'anima in pace, non arriveranno mai. Alla fine ci sarà un tentativo di rielaborazione del messaggio, che da 'sì a tutto' diventa 'sì solo a quello che vuoi veramente'. Stop. (Tanto che credo addirittura possibile rappresentare l'intero senso del film attraverso un semplice grafico).
La straordinaria bellezza e auspicabilità del sì è enfatizzata da maxischermi con slides che schematizzano i quattro (ma no, meno) concetti proposti come magnifici e indiscutibilmente edificanti, a scapito dell'odiosissimo 'no', che il solo fatto di pronunciare porta alla denigrazione e umiliazione di tutti contro i pochi che lo osino.
Infatti c'è questo guru che aggredisce Jim Carrey perché ha detto a un certo punto 'no', e sulla sua scia le altre decine di persone gli urlano contro disapprovazione, quasi come quando all'asilo facevi qualcosa di sbagliato e la maestra esortava tutti a gridarti in faccia 'vergogna, vergogna' in modo da farti passare la voglia di rifare quello che hai fatto, ma senza spiegarti il perché dell'errore, semplicemente col mezzo dell'umiliazione e della derisione pubblica.
Continuo con l'analogia infantile, pensando al modo con cui generalmente ci si rivolge ai bambini piccoli per spiegar loro cosa è bene e cosa è male. Poiché essi non possono capire, si indica loro l'oggetto da allontanare con espressioni estremamente semplici come 'brutto, cacca' e l'oggetto approvato con un non migliore 'sì, bello, buono, bravo': gli aggettivi implicitamente o esplicitamente espressi nel film, sono tutti rinviabili a campi semantici elementari, come ho detto sopra; questo per dire che le strategie comunicative e i contenuti proposti sono presentati pressoché con la stessa complessità e livello intellettuale di un bambino di due o meno anni. Vabè, andiamo avanti.
L'aspetto sconcertante di queste sequenze del film, è, fra gli altri, che manca qualunque spiraglio ironico capace di riscattare anche solo parzialmente tutte le sue indebite semplificazioni. Cioè, i modi con cui viene presentato questo incontro col guru e i proseliti dentro una specie di palasport coi maxischermi, i modi ridicoli con cui il guru si pone, il carattere grottesco di tutto ciò ecc sembrerebbero inizialmente una benintenzionata parodia, di cui, almeno a me, è venuto spontaneo ridere e pensare bonariamente "ahah, prendono in giro questa moda!". In realtà poi il senso de film è chiaramente quello di confermare la validità e la bontà dei messaggi del guru e della cricca del sì cui fa capo, sì che senza l'ironizzazione, viene presentato come 'normale' e auspicabile qualcosa di fondamentalmente sclerotico.
Ovviamente, dopo questa epifania di verità, il protagonista scrupolosamente intenzionato ad attenersi al programma del 'sì alla vita' dirà, appunto, sì a tutto. L'esigenza di far ridere il pubblico ha portato regista e sceneggiatori anche ad un'autoironia che però per i motivi di cui sopra mi sento decisamente di definire come inconsapevole. Criticano cioè da soli i contenuti che propongono, però senza accorgersene, perché il fine è appunto la risata e non la messa in discussione: così quando Jim esce dall'incontro e un barbone gli chiede un passaggio, il cellulare e anche dei soldi, si trova a dover rispondere di sì; il seguito del film però non toglie dubbi sul fatto che la risata da suscitare presso chi guarda è finalizzata, appunto, a se stessa, e non a una qualsivoglia autocritica del messaggio.
Dopo di che è tutto una favola. Questo sì porta un sacco di cose buone e fighe. Felicità, divertimento, voglia di vivere, sballo, pure l'amore, soldi, insomma tutte le caselle dell'oroscopo si riempiono di stelline. Ecco l'equazione tra dicotomie di cui sopra: brutto/cattivo= no/sì. Le sfumature, le contraddizioni interne, non trovano posto in questa rappresentazione perfettamente schematica della realtà. Ma bisogna per forza schematizzare, per non incorrere nel rischio che il film 'non arrivi' a qualcuno.
La fastidiosa mancanza di qualsiasi contenuto implicito, di rimando, da sondare a mezzo d'interpretazione creativa, che è ormai la caratteristica più comune dei film commerciali sempre di successo , sorprende che ancora non abbia portato all'illustrazione ancora più esplicita del senso della pellicola attraverso una didascalia, come suggerisce il buon Smeriglia.
Ma viene spontaneo pensare - dirà sì anche a tutte le offerte pubblicitarie? Ci sono delle scene in cui Jim dice sì anche a questo. Ne risulta che la cifra ideologica del film è fatta di consumismo, spensieratezza, brividi dello sballo d'accatto, e per non rinunciare allo stereotipo d'obbligo in ogni film 'commerciale' che si rispetti, non manca neanche la pessima immagine della donna persiana 'comprata' su internet sempre per dire sì alla vita, presentata fedelmente a tutti i cliché che esistono sulle donne musulmane in questa terra.
E' interessante osservare come viene presentata la vita del singolo nel film. 'Tutto è intorno a te è perfettamente normale, sei tu che sei sbagliato': questo sembra suggerire il regista a ogni passo, se sei depresso è perché c'è in te qualcosa che non va, non nel mondo, non nella società. L'individuo viene rappresentato come in qualche modo deficitario, incapace di godere della splendida vita che è a portata di mano ma che non sa far affiorare, perché ha appunto il difetto di dire sempre no a tutto. L'angoscia, la frustrazione, sono incomprensibili circuiti mentali in cui si autoghettizza il singolo, mentre fuori tutto brulica di felicità.
Questa semplice rappresentazione della vita viene sbloccata attraverso la soluzione del sì. Il sì è una paroletta molto curiosa, perché di per sé non ha un significato che non le dia il contesto. Per esempio, potrei dire la stessa cosa con un sì a seconda di come ce lo metto nella frase. Posso dire "sì, sei simpatico" come posso dire "sì, sei antipatico". Essa quindi non ha un contenuto proprio, ma si mimetizza, si adatta al luogo d'utilizzo.
Ma in questo film il sì privo di senso proprio viene trasfigurato e presentato di per sé come un movimento psicologico rivoluzionario, sovversivo, anticonformista, mentre in realtà dà luogo a uno stile di vita perfettamente integrato. Il film è bugiardo perché pretende di parlare di sovversione là dove propone la perfetta mimetizzazione nel sistema. Il sì porta ai voli low cost, all'acquisto di un materasso speciale, all'alcol ingerito in quantità industriali in un pub, a un lavoro in banca prima considerato frustrante, poi riscattato non si capisce sulla base di cosa, a un ineccepibile addio al celibato, alla fruizione della saga di Harry Potter tra amici, alla frequenza al corso di Coreano e di volo. Quello che si pretende 'rivoluzionario' così prende le forme del pazzerello, del bizzarrino, insomma dell' eccentrico-ma-non-troppo sempre in fin dei conti normale e conciliato.
Il film è di successo perché soddisfa le specifiche esigenze del pubblico di sentirsi in qualche modo riscattabile dalla mediocrità di uno stile di vita preconfezionato senza la fatica di dover rinunciare veramente a quello che questo gli offre. Gli dà la sensazione che è possibile sentirsi speciali e anticonformisti accettando semplicemente il modus vivendi del 'sistema', in più risparmiandogli la noia di pensare attraverso una consistente dose di risate, garantite dalle proverbiali smorfie di Jim Carrey. Il film è consolante e ottimista, tutte caratteristiche che scaturiscono dalla semplificazione di cui sopra.
Il messaggio è: si può essere felici anche accettando tutto quello che di opprimente c'è in questa società. Tanto che il film a un certo punto prende le pieghe di una celebrazione smodata del consumismo, come dimostra in particolar modo il fatto che tutto prende avvio dal semplice acquisto del pacchetto del sì.
Mi si potrebbe domandare, ma che ti aspettavi da un film commerciale per di più americano? In effetti.
lunedì 17 agosto 2009
.
Ora però bisogna continuare a vivere. Bisogna che trovi un obiettivo, subito, in fretta, prima che la consapevolezza mi inghiottisca di nuovo.
E' questo il pragmatismo: trovare qualcosa da fare per evitare di farsi schiacciare dal dolore.
mercoledì 12 agosto 2009
giovedì 30 luglio 2009
Gioco e realtà
Trovo geniali le intuizioni di Winnicott sulla genesi delle esperienze culturali. Esse sarebbero il naturale prolungamento di quello che, nei primi anni di vita, è stato il gioco.
Nel gioco rintraccia una sorta di area intermedia tra il soggetto e il mondo esterno. A suo avviso, focalizzare, come si è sempre fatto, solo sull'uno o sull'altro porta a ignorare quella sorta di terzo luogo in cui si sviluppano delle dinamiche decisive per la vita futura; questo luogo, dice, non è il soggetto ma non è neanche l'oggetto. "Se noi guardiamo alle nostre vite probabilmente scopriamo che noi passiamo la maggior parte del nostro tempo né nell'agire né in contemplazione, ma in qualche altro posto".
Quello che genericamente chiamiamo gioco rappresenta, per semplificare, la libertà di essere creativi, di essere se stessi e interi, che è il frutto di un lungo e faticoso processo ove l'interazione mamma-bambino è protagonista.
La dinamica fra i due sin dai primi giorni di vita del lattante, è improntata a sua volta al complesso meccanismo della illusione/disillusione, o fusione/separazione: la "madre sufficientemente buona" saprebbe gestirlo in modo da permettere la creatività.
L'illusione consiste nella convinzione preverbale di onnipotenza nel bambino, per cui egli non sa ancora di essere qualcosa di separato dalla madre, dato che la percepisce come una sua naturale creazione al bisogno. Essa esiste perché il figlio onnipotente la crea: qui l'illusione. La madre, per parte sua, deve illuderlo, salvo in seguito disilluderlo. E' infatti necessario che "la legittima esperienza di onnipotenza da parte del bambino, non venga violata".
Winnicott dedica pagine interessantissime persino allo sguardo che i due si scambiano al momento della poppata: il bambino cerca se stesso nel volto di sua madre ("il precursore dello specchio è la faccia della madre"); là dove non vi si trovasse, per esempio nel caso che prevalessero gli "umori" della madre sulle necessità del bambino, si andrebbe incontro a una distorsione del processo: non sarà libero di essere creativo per far spazio a quella che Winnicott chiama compiacenza. Essere compiacenti significa sviluppare un falso Sé, un sé che si adatta alle richieste identitarie dell' ambiente sociale; un Sé che, per far spazio all'immagine che ne hanno scelto gli altri, occulta se stesso e si perde.
Illuminante in questo senso l'illustrazione del caso clinico di una donna malata per il "troppo fantasticare".
"Mentre giocava i giochi degli altri era sempre impegnata nel fantasticare"
"In ogni momento, senza saperlo, mentre era a scuola e più tardi al lavoro, c'era un'altra vita che procedeva nei termini della parte dissociata". Ella non era in grado "di raggiungere quello stato di riposo da cui può scaturire un atteggiamento creativo".
Per quella donna ciò che non è esiste di più, è più reale di ciò che è, e il fantasticare tenderebbe a render giustizia a questo. Come se la fantasia si installasse disperatamente nello spaccato insanabile tra ciò che si era e ciò che si è dovuti diventare.
(Fra le altre cose, penso che sarebbe interessante reinterpretare le vicende di una Madame Bovary alla luce di queste righe).
C'è una "necessità dell'individuo di raggiungere l'essere prima del fare" altrimenti il fare "non ha significato per l'individuo". Al proposito mi vengono in mente le pagine di Alice Miller dedicate alla necessità di amare la persona per se stessa e non attraverso quello che essa fa, altrimenti l'oggetto dell'affetto falsato finirà per passare la vita a cercarsi per mezzo dell'approvazione dei suoi prodotti: il disturbo bipolare alterna euforia e depressione nello stesso modo con cui un falso Sé si adatta alla sua accettazione o mancata accettazione da parte degli altri, che lo amano solo a determinate condizioni. Penso al teatrante che alterna riso e pianto davanti a una platea che gli concede crudelmente ora fischi ora applausi; in quella disperazione delirante si esprime l'io mancato di una persona a cui non è stato concesso essere e manifestarsi per se stessa in modo autentico. Essa ha conosciuto un processo fusione/separazione fallito, poiché, se la separazione è il presupposto dell'identità, una stortura in questo cammino si riflette sulla costruzione dell'identità, che sarà barcollante e incompiuta.
Ma presumo che copiosi volumi di psicologia abbiano trattato a dovere l'argomento.
Chi vive nella compiacenza, secondo Winnicott non potrà mai essere pienamente creativo. Cercherà di esprimere se stesso attraverso questa o quella creazione artistica, ma vivrà sempre quella tensione che deriva dalla scissione del falso Sé. "La creazione compiuta non risana mai la sottostante mancanza del senso di sé". Come se quelle creazioni fossero tentativi disperati di riesumare un sé sopraffatto dalle macerie di un vivere troppo adattativo e mai espressivo.
Le cause di questa dissociazione, hanno radici molto lontane: Winnicott accenna a una "cura" che la madre aveva adottato per la sua bambina quand'era piccolissima, consistente nel levarle il "vizio" di succhiare il pollice.
Qui emerge una delle idee centrali di Winnicott, per le quali è passato alla storia, fra l'altro, l'idea degli oggetti transizionali, oggetti o abitudini con cui il bambino stabilisce un contatto costante che mediano appunto la transizione dall'io "onnipotente", dal controllo magico degli oggetti, al suo scontro doloroso con la consapevolezza che esiste un mondo esterno autonomo, quello che l'autore chiama di tanto in tanto non-io.
Il passaggio è lungo e comporta molta sofferenza. Esso rientra nella dinamica menzionata dell'illusione/disillusione: gli oggetti transizionali si collocano in quell'area terza in cui, in modo prelogico (ed è come se Winnicott ne desse solo una definizione negativa, non afferma ma toglie) vengono poste le basi dei futuri interessi culturali, nonché le basi della persona stessa. C'è insomma una sorta di linea continua che va dal gioco alla creatività culturale, con tutto quell'insieme di cose a cui queste vaghe ma a un tempo precise parole rimandano; e c'è nel gioco qualcosa di fondamentale per la costruzione dell'identità.
La transizione tra i due "stadi" - termine che dà un'idea di immobilismo ed è classificatorio, quindi forse inadatto - ha luogo attraverso un processo particolare. Il bambino con gli oggetti transizionali sostituisce la madre. Il che implica che, togliergli l'oggetto, significa in qualche modo togliergli la madre, che è in ultima istanza la risposta ai suoi bisogni, sia pure indistinta rispetto ad essi; la madre è cioè, in un primo momento, lui stesso.
La madre, gli oggetti, devono inizialmente illuderlo rafforzando il suo essere onnipotente, il suo essere tutto. Gradualmente, egli affronterà una fase distruttiva, in cui la madre è oggetto di un'"aggressività" che ha il preciso scopo di saggiarne la realtà. Non è tuttavia un'aggressività che scaturisca dalla rabbia, perché semmai porta alla "gioia per il sopravvivere dell'oggetto".
Il compito della madre è, per Winnicott, sopravvivere a questi tentativi di distruzione. Lei deve continuare a esistere, e saper gestire il passaggio in cui il bambino lentamente apprende che la madre è altra cosa da lui, che le cose non sono se stesso. La "madre sufficientemente buona" dovrà allora lentamente disilluderlo, privando il bambino dell'adattamento totale ai suoi bisogni, in modo da fargli "tollerare i risultati della frustrazione" nel "più arduo di tutti i primi insuccessi" : ecco la separazione dopo la cosiddetta "fusione", un processo che in qualche modo forse non finisce mai.
"Se tutto va bene il bambino può in effetti ottenere un guadagno dall'esperienza di frustrazione, poiché l'adattamento incompleto al bisogno rende gli oggetti reali, vale a dire odiati altrettanto quanto amati".
L'importanza di questo percorso è dovuta alla possibilità di imparare la fiducia.
"Là dove c'è fiducia o attendibilità, vi è uno spazio potenziale che può diventare un'area infinita di separazione che il lattante, il bambino, l'adolescente, l'adulto, possono creativamente colmare con il gioco, che col tempo diventa il godimento della eredità culturale"
Interessantissima a questo proposito l'analogia con la pratica della psicoterapia. Winnicott riporta una serie di esempi di sedute, in cui lo psicanalista funge per così dire da oggetto transizionale per il paziente; egli lo vuole distruggere, perciò il suo compito essenziale è non già fornirgli interpretazioni e pseudorisposte, quanto piuttosto sopravvivere all'atto distruttivo. Il percorso così tracciato, porterebbe poi spontaneamente all'emersione dei nodi irrisolti da parte dello stesso paziente: un'eventuale interpretazione inibirebbe il processo transizionale, falsando le possibilità di cambiamento.
C'è insomma qualcosa di essenziale nei primi momenti di vita, delle dinamiche inafferrabili che in modo relativamente graduale tracciano delle linee indelebili sul "poter essere" di ciascuno. Noi innestiamo la nostra identità su un solco che è stato già tracciato, ma che resta aperto. Soprattutto, la cultura qui manifesta la sua essenzialità in rapporto a ciò che siamo, il suo essere il prolungamento di quel qualcosa che, da bambini, definiva il nostro primo rapportarci al mondo. Noi sperimentavamo noi stessi, ci misuravamo e allo stesso tempo misuravamo per la prima volta le cose, attraverso un'"attività" come il gioco che persiste dopo nelle forme impensate delle esperienze culturali. Sembra che il gioco nel bambino, e la cultura nell'adulto, abbiano un ruolo centrale nella definizione del senso dell'esistenza della persona. Infatti, là dove manca il gioco, manca, in qualche modo, un io completo, pronto per diramarsi a partire da un intero che è intatto solo perché qualcuno ha amato, per così dire, nel modo "giusto".
Ma qual è il modo giusto? Non possiamo chiedere a un libro teorico di essere quello che non è, e cioè un manuale. Benché mi piacerebbe saperne di più, apprezzo comunque il senso di apertura delle definizioni di Winnicott, che forniscono l'essenziale come su un piatto - esso è senza condimenti, e lascia agli astanti la libertà e l'opportunità di abbinarli eventualmente nel modo più adatto.
Per concludere, riporto un passo che rende in maniera intuitiva un aspetto fondamentale del discorso: "Considero alla stessa stregua il modo di godere altamente sofisticato della persona adulta rispetto alla vita, o alla bellezza o all'astratta inventiva umana, e il gesto di un bambino, che tende la mano alla bocca della madre, e che tocca i suoi denti, e che al tempo stesso la guarda negli occhi, e la vede creativamente".
martedì 28 luglio 2009
Pudori
Non è difficile scorgere una contraddizione in questo atteggiamento, benché per me sia solo apparente. La donna che allatta è sconveniente, la donna che mostra i seni nelle pubblicità, in televisione, ecc non desta alcuno scandalo. Il senso intimo della mentalità che sottende a queste reazioni mi sembra di poterlo rintracciare in un certo retaggio culturale maschilista.
(Ho riscontrato che l'uso di parole come "maschilismo" e "femminismo" suscita irritazione e fastidio, forse per l'abuso che se ne fa. Per me sono parole che hanno un senso, e in qunto tali le uso).
Questo retaggio può essere reso dalle rappresentazioni dell'immaginario collettivo impregnato di maschilismo, che associano la donna ora all'etereo, alla perfezione ultraterrena, all'immaterialità divina, ora alla seduzione, alla sensualità. Mi verrebbe da semplificare bruscamente pensando che la storia ci ha lasciato prevlentemente due immagini di donna: la madonna (madre) e la puttana. Sempre in modo approssimativo e sicuramente retorico, penso anche alle immagini cristiane del femminile, nelle quali la dicotomia si materializza rispettivamente nelle figure di Maria e di Maddalena, le figure simbolicamente più forti di donne che il cristianesimo ci ha lasciato.
Ad ogni modo, che le donne mostrino il loro corpo per scopi seduttivi, per il maschio, rappresenta la normalità, è accettato ad oggi come una prassi consolidata su cui il senso comune non manifesta il bisogno di discutere. Tanto che protestare contro questa specie di nuovo asservimento di cui ho già parlato in quest'articolo, è ritenuto anacronistico se non addirittura espressione di un certo bigottismo - reazione questa che fraintende spesso il senso della contestazione.
Là dove invece il corpo femminile manifesti la sua naturalità non per fini sessuali ma per quelli legati alla procreazione, esporlo può suscitare dei fastidi che non sono giustificati se non da una mentalità che associa il materno all'immateriale, ad un' immaterialità precisa: quella cristiana, propria della madonna, madre vergine e pudica.
A ciò si aggiungano le rappresentazioni della madre che per secoli hanno dominato, definendolo, il senso dell' essere donne. (Non escludo che queste siano il frutto di un forte condizionamento da parte del cristianesimo, ma non ho strumenti storici né teorici per affermarlo senza incertezze, quindi si tratta solo di un'intuizione).
La madre è buona, è simbiosi, istinto, dedizione, cura, famiglia, casa. Tutte rappresentazioni contenute nel senso più intimo che attribuiamo generalmente all'aggettivo "materno": una persona è materna quando è protettiva, amorevole, oblativa, quando si dà totalmente agli altri. In una parola, la madre non esiste per sé, la madre cioè non è, o, meglio, è in quanto fa essere l'altro. Questo la rende preziosa agli occhi della società, non in quanto persona, ma in quanto appunto funzione.
Resta difficile associare la madre, il cui concetto è impregnato di contenuti semanticamente rinviabili al pudore e alla riservatezza, alla corporeità. Il binomio donna-corpo è direttamente associato a quello donna-seduzione. La donna che è madre, invece, non ha corpo: è un'inconsistenza materiale che rinvia a quella essenziale, perché come si è detto essa non esiste - se non in rapporto agli altri, siano essi figli o mariti.
La donna se è madre non ha corpo, è eterea bellezza, è puro darsi, è perfezione. Oppure, se ha un corpo, esso è solo sensualità-per-lui, non pertiene alla persona ma all'oggetto sessuale. Ecco perché il rapporto che molte donne hanno col proprio corpo risulta problematico, pieno di ombre irrisolte e di ambiguità indecifrabili: forse anche questo è un derivato di quel retaggio, che troppo a lungo ha intrappolato i corpi femminili in categorie sempre improntate a una funzionalità, come se l'alterità non desse luogo a un'interazione ma a una semplice univocità (maschio figlio/marito da curare, maschio da sedurre).
Ecco dunque che, allora, mostrare i seni per un'operazione così strettamente materna come quella di allattare, è ritenuto sconveniente perché smuove le dicotomie consolidate sul femminile e sul materno. La sovrapposizione di questi contenuti, corpo femminile=sessualità e materno=incorporeo, crea come una confusione agli occhi di chi ha ereditato il loro concetto e la loro divisione, una confusione che risulta inaccettabile. Ovviamente, so che questa reazione non è diffusa in modo preoccupante, tant'è che fa notizia per la sua eccezionalità. Quel che intendo dire, è che c'è un sostrato ideologico profondo dietro che è diretta espressione di un "passato" ancora presente del tipo che ho tentato di descrivere.
La contraddizione di cui si parlava all'inizio, è allora solo apparente: essa è in realtà coerente con millenni di rappresentazioni del femminile fortemente polarizzate. Ciò non toglie che per noi sia una clamorosa contraddizione, con cui la "società" dovrebbe fare i conti. Se solo provasse ad ascoltare i suoi disagi senza assecondarli ciecamente, se solo cercasse di spiegarseli piuttosto che asservirsi ad essi senza averne prima saggiata la razionalità, sarebbe civile.
martedì 21 luglio 2009
Sulla insospettata libidine del conoscere.
"Qualunque studio si faccia, senza l'idea delle cose rappresentate, i segni rappresentativi non sono nulla".
Ho capito questa frase perché esprime bene un'idea che ho in testa da tempo.
Ricordo che quando ero piccola, molto spesso non capivo nulla di quello che leggevo, o di quello che mi si diceva. Ricordo che mia madre mi aveva regalato un libello con delle figure di cartoncino rialzate, sopra vi era scritta una storia, di poche righe e a caratteri grandi. Dovevo aspettare che mi venisse a prendere dal lavoro, allora sfogliavo e risfogliavo le poche pagine, leggendo quelle righe, ma non capivo, annoiandomi moltissimo. Probabilmente, mentre leggevo pensavo ad altro. Quando guardavo i cartoni animati, temo che comprendessi davvero una minima percentuale della trama. Molto spesso la trama mi era ignota, eppure continuavo a guardarlo per ore. Appunto, mi limitavo a "guardare" una successione di immagini senza nessun significato.Per non parlare delle poesie a memoria. Avevo mandato a memoria le poesie di Manzoni, molte di Carducci, e chissà quante altre che ho rimosso,pur non capendone assolutamente nulla. Quanti pomeriggi passati a cercare di ricordare un'accozzaglia di parole che non aveva nessun senso per me. Però dovevo far contenta la maestra, quindi facevo questo enorme sacrificio, che poi non ha dato nessun frutto, a meno che non si voglia intendere frutto quel senso di straniamento che mi restava dopo aver appreso tante cose vuote.
Si crede che mandare a memoria ammassi indistinti di parole renda un'ottimo servizio all'"esercizio della memoria". Ma la memoria non può trattenere ciò che non comprende. E, aggiungo, si comprende solo ciò che in qualche modo "emoziona". Come si può ricordare una complessa formula matematica, senza capire il senso dei simboli e dei loro rapporti? Sarebbe un'impresa difficilissima, e, se pur ci si riuscisse, sarebbe estremamente facile dimenticar tutto in pochissimo tempo.
Tempo fa ho attribuito tutto questo a una scarsità d'intelligenza, a qualche mio deficit d'attenzione. Poi ho capito che i bambini non ascoltano e non capiscono che ciò che interessa loro direttamente, e, soprattutto, sono refrattari a tutto quanto non risulti loro immediatamente chiaro.
Rousseau inveisce per lunghe pagine contro i metodi "educativi" basati sul nozionismo più sfrenato impartito ai fanciulli. Addirittura, scrive che è estremamente sbagliato far leggere i bambini, e leggere loro le favole. Essi non comprenderebbero che le cose che abbiano una utilità evidente in rapporto a loro. E' dall'interesse che scaturisce l'attenzione.
Ma il punto centrale, secondo me, è questo: non si può comprendere nulla che non si abbia già dentro. Paradossalmente, s'impara ciò che già si sa. Forse è questo che intendeva Cesare Pavese, quando diceva, grossomodo, che c'interessa e comprendiamo"solo quello che abbiamo già visto". Come se l'esperienza tracciasse il solco di ciò che è ricevibile, come se preparasse il terreno per ciò che può essere compreso: è a partire da questo, forse, che selezioniamo quando percepiamo. Scrive tal Stephen Spender al proposito: "quasi tutti gli esseri umani hanno una percezione molto intermittente della realtà. Per loro è reale solo un piccolo numero di cose che illustrano il loro interesse, mentre le altre cose, che in fondo sono altrettanto reali, sembrano loro mere astrazioni".
Probabilmente non avrei mai amato La Nausea se non l'avessi in qualche modo già sperimentata. Al liceo, era soltanto con molta difficoltà che riuscivo a interessarmi a cose come le derivate, gli integrali, seni coseni e quant'altro. Chiedevo sempre al professore che cose volessero significare, a cosa rimandassero e perché, mentre lui insisteva sulle formule avulse da tutti i contesti; ma benché astratte, esse potevano essere contestualizzate, dovevano pur rappresentare qualcosa. Sembra che ci tenesse, a che ci esercitassimo in dei calcoli autoreferenziali e vuoti, che facesse di tutto perché sembrassero tali. La matematica andrebbe insegnata , forse, col vecchio metodo dell'abaco o delle mele e delle pere, o ancora, solo in riferimento a figure intuitive, da riferire eventualmente a oggetti reali. La logica, sempre a caccia del ragionamento perfetto, è solo astraendo dal concreto e dal sensibile che può operare, benché si pretenda autosufficiente. Ma forse questo è un altro discorso.
Ecco perché quell'operazione che il senso comune ritiene così tediosa, e che ha messo a punto degli appositi epiteti per screditarla (secchione, ecc), che è lo studiare, può essere invece fonte di massima soddisfazione intima per chi, sin da piccolo, ha imparato che imparare è bello e che le cose che impariamo ci riguardano molto più di quanto sembri.
Quindi il metodo migliore per istruire i bambini dovrebbe far leva innanzitutto sull'interesse, prima di propinare nozioni, sì che la nozione segua al risveglio dell'attenzione, e così non sia più nozione, ma un concetto vivo e presente.
La conoscenza disinteressata, quella curiosità che scavalca la particolare soggettività da cui muove, viene, eventualmente, dopo. Forse è il risultato di anni di apprendimento connesso all'interesse: questo forse insegna il piacere di conoscere, che solo molto più tardi sarà sperimentato davvero. Questo piacere è in qualche modo una redenzione. E' vitalità.
Ecco perché spesso la gente che mi circonda mi sembra morta. Ecco perché penso che, per molte persone, sia troppo tardi e non ci sia più nulla da fare. Il vecchio prof , senza diplomazia, diceva che per esse l'unica cosa conveniente da fare sarebbe chiudersi in un bagno e farla finita con una rivoltella.
Forse, prima di investire in slogan e pubblicità progresso per invogliare alla lettura, bisognerebbe che qualcuno insegnasse ai bambini (prima che sia troppo tardi...) che conoscere può essere una cosa piacevole. Mentre il nozionismo di molti educatori e insegnanti, è associato a noia e pedanteria; questo è il modo peggiore per far pubblicità alla conoscenza: rende un servizio al suo opposto.
Tengo molto a questa idea, perché ciò che si impara ad amare nell'infanzia condiziona tutta la vita successiva, e può in qualche modo decidere della sua felicità.
Penso, infatti, che uno dei motivi che mi spinge ancora ad alzarmi la mattina, a sentire che in fondo valga la pena vivere, è la curiosità e la voglia di conoscere. Analogamente credo che ci siano un mucchio di intelligenze sprecate in giro, che suppliscono a un certo vuoto con qualcosa d'inessenziale che alla lunga le ucciderà.
(Ma che palle questo tono paternalistico che ho oggi)
sabato 11 luglio 2009
Gli emo.
In effetti, già avevo notato per strada molti ragazzini vestirsi in un certo modo che avevo giudicato un ibrido tra lo stile house e qualcosa che ricorda i cartoni animati giapponesi, che non saprei definire.
In pratica, vestono attillati, con le Converse, una cintura stretta, magliette strette con delle indecifrabili fantasie stampate sopra, e soprattutto un'acconciatura curatissima, col ciuffo che attraversa trasversalmente la faccia e la retrostante parte della chioma "sparata" all'indietro. Pare, anche, che usino tagliarsi le vene. O forse è solo una diceria.
Fatto sta che ieri mi sono involontariamente imbattuta in un, sì, concerto emo. Non riuscivo a staccare gli occhi dal palco. Nel senso che non ci credevo, che non poteva essere. E pure era così. "Vieni a limonare con me" , "l'iPhone è regolare, la chat è regolare, l'email non la controllo più" ecc con tanto di tastierista che sullo strumento sbatteva ripetutamente la testa, pur riuscendo inspiegabilmente a pigiare i tasti giusti.
Insomma, è come se si fosse creato un fenomeno d'identificazione in qualcosa di non meglio specificato, che non è solo abbigliamento ma anche "cuore, sentimento e anima", eppur non si capisce esattamente in che senso; per cui gli appartenenti al "movimento" sono ghettizzati, ridicolizzati, talvolta picchiati, derisi aspramente da tutti gli altri, provocando nei fedelissimi emo un maggiore senso di appartenenza, quella specie di solidarietà che accomuna i reietti. Dico questo anche perché, a un certo punto del concerto, dal pubblico sono volati strani oggetti non identificati, una sfilza di diti medi alzati contro i cosiddetti Freakout! , e conseguenti risse, con tanto di tempestivo appello alla sicurezza.
Il fenomeno mi ha incuriosita, e mi sono messa a cercare un pò. Pare che tutti si chiedano cosa diavolo s'intenda con emo ma nessuno lo capisca. Forse può aiutarci emosinascenonsidiventa95 che così scrive su http://www.pollicino.blogosfere.it/:
che sia chiara un cosa:essere emo non vuol dire solo tagliarsi perchè gli altri emo lo fanno,avere il ciuffo o gli okki trauccati di nero...emo è anke uore,sentimento e anima...almeno voi provate a conoscierci prima di dire ke siamo ttt malati!!!! xk i malati li saretevoi!!
(...)
cmq io sn kiara ho 13 anni e sn emo...sn l'unica nll mia classe...ma nl mia scuola siamo in tanti. nn me ne frega nnt se gli altri ci sfotono,noi stiamo bene così! fanculo a tutti qll ke ci offendono senzaneanke conoscierci.
Cpt? Nn è mlt chr m s c s mtt d impgn s cpsc.
venerdì 10 luglio 2009
Le donne in tv: una falsa emancipazione
Oggi nel corpo delle donne si condensano i modi dell’oppressione femminile. Esso è segregato nelle gabbie di un marketing massmediatico improntato al sessismo, ultimo insospettato erede della secolare cultura maschilista e patriarcale. Negli anni ‘60 il corpo era la sede della liberazione, quel crocevia ideale e reale a partire dal quale avviare l’emancipazione; le donne cominciavano a cercare il proprio piacere, a renderlo autonomo da quello dell’uomo, a conoscere il proprio corpo prima monopolizzato dai fini cui questi aveva deciso di destinarlo, come la procreazione e la seduzione; oggi torna ad essere la sede della mercificazione, della reificazione delle donne, ridotte ad appendici erotiche da annettere ad ogni trasmissione televisiva perché il pubblico maschile non venga perduto.
Cosa resta oggi, nelle immagini televisive, nei cartelloni publicitari, nelle idee del femminile che circolano presso il senso comune, delle voci femministe – che avrebbero guardato con orrore a un simile fraintendimento, a una tale degenerazione del concetto di libertà femminile? Non indossiamo il burqa, da queste parti, ma forse pesa su di noi una patina più pesante, perché meno evidente ma decisiva: la patina del corpo inteso come insieme preconfezionato di forme aderenti al modello di bellezza femminile che l’industria culturale promuove assolutizzandolo, e quindi in qualche modo impone nel costume e nell’immaginario collettivo; ciò che a livello individuale si traduce nel rapporto alienato che molte donne bombardate da tanti imperativi estetici hanno col proprio corpo, nel senso di ansia e di inadeguatezza là dove ci si discosti da essi, nel ricorrere a correzioni d’ogni sorta per aderirvi con più successo.
E’ come se le donne facessero di tutto per nascondersi e così negare se stesse, e l’industria televisiva usasse tutte le sue energie per incoraggiarle in questa direzione: è, evidentemente, una vincente strategia di marketing. Forse molte accettano un tale stato di cose perché quella della seduzione è stata l’unica vera forma di potere che sia stata loro mai riconosciuta, l’unico modo con cui possono tenere il maschio sotto un giogo e così reagire all’oppressione facendone una specie di riscatto, o perché ancora durante la loro formazione non hanno conosciuto alternative a partire dalle quali costruire la propria identità, dei modelli altri di donna in cui ritrovarsi – ipotesi questa a mio avviso più che probabile. Lungi da me, però, dipingere le donne come mere “vittime”; esse sembrano rivelarsi infatti insospettabili complici ( inconsapevoli?)del sistema che le opprime.
Una seduttività così intesa, una seduttività erta a modello normativo del femminile, diventa il luogo dell’alienazione: lei esiste solo per lui, in funzione del suo godimento, della sua approvazione, sino ad interiorizzarne lo sguardo e perdere così definitivamente se stessa, replicando dei paradigmi che si credevano definitivamente sepolti con la rivoluzione femminista. Ma dietro il gioco seduttivo, dietro la dinamica duale si nasconde un terzo artefice, il mercato televisivo e pubblicitario, che sfrutta gli stereotipi sessisti per fini commerciali. Il corpo delle donne è al suo servizio. Sembrerà retorico ricordare che mai come adesso la vecchia massima kantiana per la quale gli esseri umani andrebbero trattati come fini e mai come mezzi, pena la ricaduta nella barbarie, ha subito un radicale rovesciamento. Il mezzo del corpo femminile ridotto a strategia d’intrattenimento, a criterio privilegiato di attrazione del consumatore, funziona perché fa leva sulla parte più animale, primordiale, degli uomini; esso evoca – neanche allusivamente, ma in modo pornografico – il coito per far presa sulla parte più debole del maschio, gli promette un piacere che però, come diceva Adorno, è frustrazione, spingendolo così a dimenticare la sua dimensione civile, esistenziale, viva, e in definitiva reificando anche lui, attraverso una specie di ipnosi a sfondo sessuale che sembra cancellare le mediazioni della coscienza, e va dritta all’istinto, onde assicurarsi la fedeltà al programma.
La deformazione dell’idea di bello, ridotto alla semplice adesione al modello mediatico femminile della presunta perfezione, al possesso di un paio di curve e di un sorriso sciocco, la sua subordinazione tanto alle logiche di mercato e alle statistiche dell’audience, quanto a un concetto di sessualità senza relazione, deformato e imperialista, morbosamente insistente e sempre decontestualizzato, forse non renderebbe l’idea dell’oppressione, se non si tenesse conto anche solo di alcuni aspetti importanti: in tv è quasi sempre l’uomo a parlare mentre la donna gli fa da contorno decorativo; se è la donna a condurre la trasmissione deve essere necessariamente bella, requisito che sembra non risultare essenziale per un uomo; la tv non propone modelli alternativi di donna, non c’è diversificazione, ma è come bloccata nella proposta della sempre uguale polarità: bellaemuta/bellaeparlante (dove ovviamente la prima supera quantitativamente la seconda); abitualmente si fa slittare il discorso sugli attributi fisici anche quando il contesto non lo richieda affatto, per criticare o approvare una donna; le regie delle più disparate trasmissioni preferiscono labbra, gambe, seni di una donna che magari in quel momento sta parlando della fame nel mondo, alle inquadrature del volto, in una sorta di sineddoche visiva incompiuta, perché la parte non rinvia al tutto, ma semplicemente lo ignora.
Queste e altre realtà reintroducono nel presente una sfilza di dicotomie a suo tempo aspramente contestate dalle femministe, ove l’uomo è il discorso, il pensiero, la cultura, e la donna istinto, natura, ma non già emozione, dato che l’attrazione sessuale che si vuole suscitare mediante l’esposizione bruta del suo corpo imbalsamato è ben anteriore alle emozioni: è pura e semplice brutalità. (Per farsene un’idea basta, non solo fare zapping in tv durante un qualunque pomeriggio della settimana, ma anche dare una scorsa a questo blog interamente dedicato al rapporto autocoscienza femminile/donne nei media, sondato anche attraverso l’analisi critica di alcuni famosi programmi televisivi).
Gli uomini sono più rappresentati dai media, c’è, per così dire, più democrazia quando si tratta di loro. Al contrario, manca un pluralismo femminile, una rappresentanza adeguata delle donne: tutte le diverse donne esistenti vengono ridotte al solo monolitico stereotipo della belloccia senza cervello in balìa del maschio, dal quale è non di rado espressamente ridicolizzata suscitando magari presso di lei una per noi ributtante risata. Quella risata è il simbolo del “fallimento” del femminismo, in essa si condensa l’ignoranza, la totale mancanza di autocoscienza femminile e di spirito critico, l’adesione passiva al diktat estetico e caratteriale di turno, la subordinazione cieca a logiche di mercato sessiste scambiata per libertà.
Basta guardare 5 minuti di Sarabanda, quel grottesco programma che va in onda ad un orario diurno senza che nessuno abbia da ridire, in cui risulta impossibile trovare un nesso tra l’insistenza ossessiva delle inquadrature del corpo della velina e il format della trasmissione, che dovrebbe consistere in un quiz musicale: qui la decontestualizzazione.
Le differenze vengono azzerate, in un caparbio esercizio di semplificazione e di uniformizzazione della realtà che si pretende di rappresentare e che a un tempo si crea. Così uno degli assi teorici portanti del pensiero femminista, la rivendicazione di identità femminili diverse e individuali contro le categorie essenzialiste d’ogni sorta e le facili equazioni che per secoli hanno dominato, vedi donna=madre, donna=sensualità, donna=debolezza/emotività, ecc. subisce l’ennesima dissoluzione: in questo caso è la categoria donna-corpo, donna-oggetto erotico a sopraffare, cancellandola, ogni individualità femminile.
Considerando l’enorme potere educativo e di orientamento del costume della televisione, tutto ciò fa presto a tradursi nell’imbarbarimento generale delle nuove generazioni sin dalla tenera età educate a disprezzare le donne, mentre persiste il senso di umiliazione di quelle che non si riconoscono in quel modello, che non si sentono affatto rappresentate dalla tv, che provano un fastidio indicibile, segnato dalla mortificazione e dal disgusto, nel vedere così trattato il proprio sesso con l’approvazione di tutti e che – pensano – già da tempo avrebbe dovuto muoverci a un dissenso intransigente.
Ne risulta un’alienante condizione per cui da un lato chi non ha gli strumenti per criticare il sistema vi aderisce ciecamente così contribuendo al suo ulteriore successo , dall’altro chi questi strumenti li ha non trova altre possibilità che ripiegare verso se stesso/a, estraniandosi.
Una società così pervasivamente dominata dai media non fa nulla per promuovere nelle donne (e in tutti, aggiungerei, ma nelle donne in particolare dato lo stato di cose) l’intelligenza e lo spirito critico, dal momento che il suo scoraggiarli è proporzionale alle possibilità di guadagno; evidentemente la complessità non fa audience perché costringe le persone a pensare, a trascendere la pura animalità che invece ha una presa immediata sullo spettatore inerme. Pongo l’accento sull’aggettivo “immediato” non a caso, perché un aspetto cruciale è proprio quello dell’assenza di mediazioni culturali, le stesse che dovrebbero distinguere l’essere umano dall’animale. Dal momento che questa animalità viene evocata con la monopolizzazione dei modelli, attraverso la drastica decurtazione di tutte le alternative normative possibili, mi chiederei quanto spazio ci sia per la libertà, quel concreto e attuale poter scegliere fra più alternative, specie in fase di formazione, quando per la prima volta ci affacciamo al mondo e in modo ineluttabile ne assorbiamo i caratteri normativi?
E’ come se ci fosse stato rubato il corpo, come se non fossimo più padrone delle nostre vere facce, come scrive Lorella Zanardo, in una parola delle nostre identità: come se non ci fosse più permesso di essere noi stesse.
Ne parla meglio di me questo video andato in onda su La7 qualche mese fa, molto efficace e incisivo, perché va al nocciolo della questione, che fra le altre cose ha ispirato questo articolo e consiglio vivamente di guardare a tutti. Esso si conclude con un quesito cui non riesco a rispondere che con incertezza e confuse congetture: perché non ci arrabbiamo?
lunedì 6 luglio 2009
Logicamente
Ne "Il dominio retorico" di C. Perelman, viene riportato il seguente esempio, di M. Jouhandeau:
Quando vedo tutto ciò che vedo, penso quello che penso.
Siccome Perelman riporta questa frase come esempio di tautologia apparente, nel senso che dietro l'apparente ripetizione si nasconderebbe un significato diverso attribuito alle stesse parole che spetterebbe all'interpretazione smascherare, mi chiedevo per l'appunto che diamine di interpretazione si debba dare perché questa frase abbia un senso che non consista precisamente nella ripetizione insensata dello stesso concetto.
Anche nel caso della contraddizione è possibile eludere l'assurdo attraverso il meccanismo della contraddizione apparente, una contraddizione cioè formale che solo un'interpretazione differente degli elementi contrari può salvare dal paradosso. Un esempio di contraddizione apparente è la famosa frase di Eraclito entriamo e non entriamo nello stesso fiume, dove l'interpretazione diversa della parola "fiume", ora inteso come riva ora come le singole gocce d'acqua, salva dalla contraddizione.
Questo libro mi sta facendo impazzire. Perché la prima volta che l'ho letto mi sembrava una robetta per le elementari. Ad ogni rilettura, però, mi sta facendo amaramente pentire di aver fatto questo pensiero. Rileggere non a caso, per me, è sempre stata un'operazione di fondamentale importanza. E' come se alla prima lettura si acquisisse una sorta di grossolana visione complessiva, confusa e imprecisa, dove i dettagli - ma anche molte "cose principali"- vengono ignorati perché si è colpiti dall'uno o l'altro aspetto. Come se l'emozione che porta a focalizzare in particolare su un aspetto rendesse ciechi rispetto agli altri aspetti, e imperialisticamente estendesse quell'aspetto a tutti gli altri, magari riducendo il libro stesso ad esso. La rilettura scalza il carattere egocentrico della "selezione per emozione" e apre la strada all'oggettività. Tuttavia, la prima lettura è fondamentale. Stanislavskij ne parlava come di qualcosa capace di condizionare la comprensione definitiva del testo, per questo consigliava di non procedere mai a una prima lettura in condizioni imperfette, per esempio se si è stressati, distratti o di cattivo umore, poiché questo si rifletterà in modo irreparabile sul proprio rapporto col testo, minato "per sempre" dall'influsso della prima impressione.
Mi riferisco soprattutto ai testi argomentativi. I romanzi, forse, non andrebbero mai riletti, perché la loro forza consiste fra l'altro nella sensazione complessiva che suscitano. La storia dice un'idea in maniera forse più incisiva di come farebbe un saggio, perché fa leva sull'emozione, e, benché questa sia legata alla soggettività, ciò non va considerato come una prova di in-oggettività: bisogna ricordare che l'universale è universale anche perché si compone del particolare, che lo rivela come da una fessura.
Rileggendo saltano all'occhio altre cosucce passate prima inosservate, con rinnovata meraviglia e annessi "ma come ho fatto a non notare questa roba qui"; ne segue che agli elementi già acquisiti ne subentrano degli altri, che formano un insieme di pezzi di un puzzle ancora da comporre. L'ultima cruciale operazione che salva la mente dalla confusione consiste proprio nel mettere in ordine i pezzi. Per me, che ho sempre antifilosoficamente unito i pezzi sulla base del flusso di coscienza personale, ovvero della libera associazione di idee, questo è sempre stato il problema principale.
Ci sono tanti modi per mettere in ordine le idee, nel senso di dar loro una conseguenzialità apparentemente necessaria; uno di questi è radiale: esso consiste nell'individuare il cosiddetto nocciolo della questione, e da questo far dipartire tutte gli elementi, come se scaturissero spontaneamente da esso. Il nocciolo o essenza della questione è definibile come quell'idea senza la quale tutti gli altri elementi non reggerebbero. Un altro modo è quello lineare: si "spezzetta" la questione nei suoi aspetti costituenti, e li si lega mediante un rapporto di causa-effetto, per esempio, o di altro tipo, di modo che l'uno conduca all'altro in modo apparentemente ineluttabile sino alla conclusione, che fungerebbe da sintesi e compimento delle idee.
Ma ecco la mia insoddisfacente ipotesi di soluzione della tautologia apparente:
"Quando mi rendo conto di quello che complessivamente percepisco del mondo ("vedo" in senso metaforico), cioè di quello che penso, ci penso".
Se a qualcuno venisse un'idea migliore, o semplicemente pensasse che non ci ho capito una mazza, è pregato di farsi avanti.
mercoledì 1 luglio 2009
Vita surgelata
Quando la gente è d'accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto (O.Wilde).
C'è qualcosa di insulso nel senso comune, un non so che di viscido e urtante, che si materializza nei parchi di certe domeniche pomeriggio, nelle agognate vacanze, nel quadretto felice della famigliola che passeggia nel centro commerciale, nell'espressione basita di chi abbronzatissimo disdegna il tuo pallore in pieno agosto, nell'ottuso ottimismo di tutti, e, e. Per esempio.
C'è come una patina dura che ricopre tante attestazioni di normalità, questa ripetizione claustrofobica e totalitaria di ideucce e modus vivendi preconfezionati; è impossibile, guardando sotto, scorgere qualcosa di consistente, un qualche abisso che valga la pena di sondare, un moto di vita, un che d'autentico, delle ombre, delle ambiguità, un indefinito. Ma sembra che intorno ci sia solo questo. Relazionarsi con esseri umani vividi, dalla personalità plastica e multiforme, da, che so, un qualche estremismo dettato solo da una sensibilità viscerale, un gridare represso, un'espressione indecifrabile, una particolarità che irrompe dal profondo, sembra impossibile da queste parti. I miei interlocutori hanno occhi di vetro, inespressivi e immobili, e parole stantìe, ingabbiate in frasi già sentite, ricoperte dalla polvere del dire inerte.
Mi sento in ostaggio di questa gente qui.
martedì 23 giugno 2009
In-sanità
Qualche notte fa, mi reco al pronto soccorso dell'ospedale della mia città, perché molto sofferente nella parte del torace compresa fra lo sterno e il diaframma, o giù di lì. Respiravo a fatica, avevo una forte sensazione di compressione ai polmoni, credevo fosse una specie di infarto o di avere i suddetti in via di spappolamento. Mi accoglie in accettazione un'ombrosa signora in camice verde, avvicinatasi alla scrivania con imperturbabile lentezza, strisciando gli zoccoli sul pavimento e masticando un chewing-gum in modo che fossero visibili a tutti le sue insospettabili interiora. Io, piegata in due dal dolore, dopo averla ripetutamente sollecitata ad assumere anche solo fittizi atteggiamenti umani e/o professionali, le domando con visibile tormento di cosa potesse trattarsi; la suddetta risponde, sempre attenta a non occultare la mobile lingua alle prese con un appiccicaticcio chewing-gum, "è ansia", frase pronunciata biascicando le sillabe e con evidente disgusto. Mancava che facesse il palloncino, dopo.
Dopo aver assunto le fattezze di una triglia imbalsamata, incurante di ogni iter burocratico teso a classificare il mio dolore nella casella colorata appropriata, sono corsa via alla ricerca di qualche essere umano. Trattavasi di forte epigastralgia.
sabato 6 giugno 2009
Cretini
sabato 30 maggio 2009
Opinionite
Quando mi affaccio in questa landa provo un fastidio particolare, ultimamente.
Trovo così stupido intasare questo spazio inconsistente di opinioni in quantità industriale. Come se vomitandole qui possa cavarne chi sa quale redenzione.
La stessa sensazione provo visitando le altrui lande. Ognuno si crede il centro dell'universo, reputa le proprie opinioni della massima importanza, la propria piccola esistenza come qualcosa di fondamentale e degno del massimo interesse.
E la tacita ricerca del plauso, poi questa è particolarmente aberrante. Non tanto per il desiderio di piacere in sé, quanto per il fatto che questo desiderio corrompe la sincerità disinteressata della scrittura. Quello che doveva essere un diario, così, diventa il tempio (autoeretto) del narcisismo particolaristico più mediocre. Pare quasi che si sia interiorizzato e si replichi a livello individuale il meccanismo dell'- ormai universale - "seguimi-ti-prego" , meglio noto col nome di audience. Solo che, in questo caso, lo scopo non è speculativo, ma puramente autoreferenziale.
(Scrivere per essere letti, ah, vecchia questione. Giusto o non giusto che sia, in ogni caso si mente).
Infine avverto, come da dietro il sipario, qualcuno sibilare sghignazzando: "lascia che scrivano, dà loro l'impressione di essere liberi, ahahah!".
Dovremmo viaggiare, e studiare, che so, il sistema solare, la biologia, per rammentarci a dovere delle nostre effettive dimensioni. (Ormai anche la filosofia mi pare così fastidiosamente uomo-centrica). Caccole vanitose, e chiacchierone, siamo.
(Anche e soprattutto nella vita reale, eh).
Ma siccome non mi sono ancora disincrostata (o forse non ho nessuna voglia di farlo?) provo già la tentazione di espellere un'altra - impellente - opinione...
mercoledì 27 maggio 2009
Masochismo
Ha la netta sensazione che ciò scaturisca dai suoi contatti coi media.
Prova qualcosa che non riesce pienamente a verbalizzare, qualcosa di indistinto che si profonde pervasivamente provocando reazioni psicofisiche diverse, tutte accomunate da una sensazione di soffocamento.
Confusione. Ansia. Solitudine. Smarrimento. Frustrazione. Balbuzie mentale. Immobilismo. Angoscia. Regressione.
Assiste ad un accavallarsi scostante e disordinato, a tratti delirante, di parole e immagini. Un deliberato caos che lascia ritmicamente spazio a un altro caos, fatto di nuovo di seduzione e adulazione a scopo di lucro. E un proliferare incessante di notizie. Notizie, notizie, notizie. Tutto all'insegna dell'inaggirabile principio dell'"è successo".
(I mezzi di diffusione agiscono come martelli puntati ossessivamente sulle teste di tutti).
Ne esce stordita, ma, soprattutto, assuefatta.
Non riesce più a provare emozioni di fronte all'ennesimo uccide il figlio prima di togliersi la vita o dello scontatissimo Berlusconi ha fatto . L'anno scorso sentir solo parlare del Lodo Alfano la faceva star male. Oggi ne apprende le evoluzioni con un fastidio che non prende le forme della rabbia ma del rifiuto e del disgusto. La sua capacità emotiva e morale di reagire sdegnandosi è calata miseramente, mentre la consapevolezza di ciò è motivo di ulteriore sconforto.
Qui di seguito una definizione di assuefazione :
"una condizione di diminuita sensibilità a una sostanza che si ingenera come conseguenza della sua assunzione. L'assuefazione può essere dimostrata in due modi: mostrando che una dose predeterminata di una sostanza sortisce un effetto minore in seguito alla sua assunzione, oppure che per ottenere lo stesso effetto di prima occorre una dose superiore della medesima sostanza. In pratica, ciò significa che questa tolleranza rappresenta uno spostamento verso destra della curva che descrive la relazione dose-risposta" (J. Pinel, Psicobiologia, 2007, pag. 435).
In pratica, ha bisogno di una dose maggiore di martellamento mediatico per sperimentarne gli effetti.
E' a un passo, cioè, dal masochismo.
Pensa: non è forse questo che si vuole da me, da tutti noi?
lunedì 18 maggio 2009
Il dono
Non si accettano cambi.
Gli uomini disapprendono l'arte del dono. C'è qualcosa di assurdo e di incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, come se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone. In compenso si esercita la charity , la beneficenza amministrata, che tampona programmaticamente le ferite visibili della società. Nel suo esercizio organizzato l'impulso umano non ha più il minimo posto: anzi la donazione è necessariamente congiunta all'umiliazione, attraverso la distribuzione, il calcolo esatto dei bisogni, in cui il beneficato viene trattato come un oggetto. Anche il dono privato è sceso al livello di una funzione sociale, a cui si destina una certa somma del proprio bilancio, e che si adempie di mala voglia, con una scettica valutazione dell'altro e con la minor fatica possibile.
La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala ciò che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti (...). Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi qualcosa in cambio. Rispetto all'imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all'altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono. (...)
giovedì 14 maggio 2009
Dati incoraggianti
Chissà perché i vari ministeri, gli opinionisti e i conduttori televisivi, mostrano tanto compiacimento di fronte a questi dati incoraggianti, se nel sistema di cui sono parte si affannano con una costanza disarmante a neutralizzare sotto ogni forma il pensiero, la cosiddetta cultura, lo spirito critico (primo dono dei libri)? Piuttosto, sarebbero più coerenti a mostrare del disappunto, "tornate a guardare la televisione e a imbottirvi di pubblicità, a sognare di entrare nel mondo dello spettacolo e a imitare il modello di personalità vincente in questo mondo, alienatevi, scolpite il vostro corpo al pomeriggio e alla mattina servite la burocrazia; imparate a fregare gli altri senza perdere tempo con inutili e improduttive riflessioni sulla morale e sull'estetica o che". Davvero, non capisco.
lunedì 11 maggio 2009
Donna m'apparve - Recensione
Il libro rappresenta una risposta filosofica a più voci a stereotipi e modelli culturali che storicamente hanno espropriato le donne della loro soggettività, perpetrati attraverso il senso comune, i paradigmi scientifici e filosofici e il linguaggio stesso.
Partendo da tre prospettive tematiche (l’io, il rapporto con gli altri, il rapporto col mondo) il libro segue due esigenze teoriche di fondo: da una parte, la critica all'essenzialismo attraverso la promozione di un ‘pluralismo femminile’ rispettoso delle singole identità delle donne; dall'altra, il bisogno di sconfessare tutti quei clichés normativi che vorrebbero intrappolare le donne nella donna.
Diviso in sette capitoli scritti da autrici diverse, con un prologo e un epilogo di Nicla Vassallo, il testo si caratterizza per una struttura che rende giustizia ai concetti rivendicati: pluralismo e rispetto delle individualità.
Nella ricchezza degli spunti, è possibile rintracciare alcuni nuclei tematici essenziali.
Irrazionali. "Dato che in termini aristotelici a distinguere gli animali umani (ovvero gli esseri umani) dagli animali non umani è proprio la razionalità, ne segue banalmente e rischiosamente che, se sono irrazionali, le donne non sono esseri umani" (pag. 9): la rappresentazione sancita da Aristotele in campo filosofico sarà destinata a percorrere la storia della filosofia per i successivi millenni. La donna, emotiva, irretita nella natura, nella soggettività e nell’irrazionale, meriterebbe così un’estromissione dal sapere cui Vassallo attribuisce i caratteri della violenza: epistemologica, là dove le esclude come oggetti di conoscenza, epistemica, quando nega loro lo status di soggetti conoscenti (pag. 12).
Come osserva la curatrice nel Prologo, queste opinioni consolidate hanno la stessa consistenza filosofica di superstizioni e credenze, entrambe noti esempi di irrazionalità: curiosamente, la stessa caratteristica che si voleva attribuire alle donne. Ma “nel tentativo di rimediare, sarebbe erroneo rinunciare al concetto di razionalità” (pag. 8) che porterebbe di nuovo a un irretimento nell’irrazionale, dunque si rivela più proficuo mettere in discussione l’idea di razionalità che la storia della filosofia ci ha consegnato, liberandola dalla sua astrattezza. È quanto ciascun capitolo a suo modo si propone di fare, individuando nella necessità di riportare il pensiero alla concretezza un valido antidoto contro le persistenti rappresentazioni essenzialiste sulle donne.
Diffidenti verso tutto quanto non corrispondesse al loro modello di ragione, i filosofi hanno ricondotto l'empatia nella sfera dei sentimenti, fatta coincidere col femminile, sottodeterminandola indebitamente (mentre la razionalità, la cultura, la politica sarebbero appannaggio degli uomini). Al contrario, osserva Laura Boella, si tratta di un’idea "molto superficiale”(pag. 64): come mostra la fenomenologia, l’empatia “non è per definizione ‘buona’ (...) il suo esito può essere la prossimità, ma anche l'estraneità" (ivi), poiché "empatizzare non significa assimilare l'altro/a a sé o immedesimarsi in lui/lei, bensì attribuirgli/le un'esperienza autonoma e distinta" (pag. 54). Queste componenti liberano l’empatia dall'ambito del sentimento, rivelandone l’importanza non solo sul piano relazionale, ma anche sul piano cognitivo dell'autocoscienza, specie nell’accessibilità del diverso cui apre la possibilità con l'ausilio di quella capacità di superare i confini della percezione che è l'immaginazione, in uno "sperimentare se stessi al di là dei propri confini" (pag. 62), che è in definitiva il modo migliore per sottrarsi agli stereotipi e a rappresentazioni fuorvianti dell'altro, quindi anche della donna.
Natura. Il concetto di natura riveste un ruolo chiave nella riflessione critica delle autrici, consapevoli che l'operazione tradizionale di presentare come naturale ciò che ha una genesi culturale, porta a conferire i caratteri di ineluttabilità e necessità a dei modelli di donna che riconoscere come culturali renderebbe suscettibili di una messa in discussione. Parlare di natura, infatti, equivale a parlare di destino, della necessità irrevocabile che contraddistingue i fenomeni naturali dal mondo umano, morale, libero e aperto alla scelta, che pertiene all'uomo. Non a caso Francesca Rigotti conclude con un invito a pensare contro natura il suo capitolo sui rapporti tra maternità e filosofia. È infatti nel concetto di maternità che la parola ‘natura’ rivela un valore chiave: la natura in senso biologico, intesa come quell'insieme di caratteristiche fisiche che distinguono i sessi. La storia segnata dall'androcentrismo ha trasformato le caratteristiche riproduttive delle donne nelle loro caratteristiche essenziali, dando luogo a quella ingiustificabile equazione tra donna e madre che la distinzione tra “sesso” e “genere” introdotta dal femminismo ha contribuito a sfatare.
Madri: sul “partorire figli e idee”. È vero che "chi fa la scienza non fa figli" (pag. 122)? Come noto, l'alternativa ha sempre solo riguardato le donne, mai gli uomini. Ma, invita a pensare Rigotti, si tratta necessariamente di un aut-aut? Se la filosofia così come venne dipinta da Seneca o Platone, e come l’etimo della parola ‘astrazione’ suggerisce, è un'attività per uomini liberi da svolgersi in un tempo dilatato e senza interruzioni, al di sopra del ‘concreto’, come può conciliarsi con la cura di figli bisognosi di costanti attenzioni e completamente dipendenti? “Per fortuna la filosofia non corrisponde per natura o essenza a tale definizione"; "come non c'è una ‘natura umana’ e tanto meno una ‘natura della donna’, non c'è nemmeno una ‘natura della filosofia’, qualcosa che la filosofia sia ad aeterno e una volta per sempre" (pag. 43).
Muovendo dall'ipotesi di un parallelismo tra forme di vita e forme di conoscenza, Rigotti rintraccia nelle proposte teoriche di Sara Ruddick una linea interpretativa capace di fare della maternità uno ‘stile di pensiero’ adottabile anche da chi madre non è. L’amore e l’attenzione - intesa "come metodo di comprensione delle cose, da guardare appunto con intensità e attenzione finché non ne zampilli la luce" (pag. 38) - ne sarebbero i cardini, dal momento che l’esperienza (reale o immaginata) della maternità costituirebbe una fonte di particolari stimoli cognitivi; il rischio di una deriva essenzialista viene però scongiurato: “importante non è quello che le madri sono bensì quello che le madri fanno” (pag. 35).
Diversità. Come osserva Eva Cantarella nel primo capitolo, la storia ha costantemente rappresentato le donne in termini di diversità corporea, mentale, caratteriale, che ha fatto presto a tradursi in inferiorità ("la sola ragione che potevano possedere era la métis, l'intelligenza astuta, diversa e inferiore", (pag. 23)). Questa è stata rappresentata dalla mitologia greca ancor prima che i filosofi la consacrassero alla storia in forma teorica, rintracciando nella figura di Pandora non solo l’origine dell’infelicità umana ma anche l’inizio del genere femminile. In seguito, molti filosofi hanno accostato spregiativamente le donne al mondo animale, scorgendo in esse la sola funzione biologica della riproduzione sebbene mai dimentichi di attribuire all’uomo il ‘vero’ potere della generazione. L’effetto più immediato di ciò è stato, fra gli altri, quello del controllo della sessualità della donna all’interno di una polis che riflette nello spartiacque pubblico e privato le differenze tra uomini e donne, in quel contesto consegnate irrevocabilmente all’istituto del matrimonio e al rispetto della monogamia, in una subordinazione all'uomo ormai sancita dalla legge. Da allora, il concetto di diversità femminile conoscerà un primo riscatto solo col femminismo, quando “la teorizzazione della differenza non è stata più tradotta inesorabilmente in svalutazione del femminile” (pag. 23).
Relazioni. Costante nelle filosofie femministe è il tentativo di riscattare la corporeità e le relazioni umane dall'oblio di una storia della filosofia tradizionalmente votata all'astrattezza e al solipsismo del soggetto morale. È quanto discute nel quarto capitolo Claudia Mancina, proponendo una panoramica degli ultimi sviluppi della filosofia morale che hanno visto contrapporsi l'etica femminista alla teoria della giustizia rawlsiana intorno ai concetti di "esperienza, relazione, responsabilità, cura" (pag. 67). Pur condividendo col comunitarismo la critica all’atomismo del soggetto di Rawls, le analogie col femminismo non vanno oltre perché esso non comprende nel concetto di relazione i rapporti affettivi, che l’etica femminista ha mostrato essere così importanti nella costituzione del senso morale del singolo. In questo si evidenzia l'eredità della dicotomia tradizionale fra pubblico e privato che i comunitaristi omettono di criticare, e anzi confermano: essa ha portato per secoli a sottodeterminare l'ambito del privato, fatto di relazioni affettive e di cure ritenute meramente ‘naturali’, quasi che non rivestissero alcun ruolo nella genesi della moralità del soggetto. È dunque possibile rivalutare la corporeità da un punto di vista epistemologico e morale riconoscendo che "un corpo non è pura biologia, ma un campo di interazione di forze culturali e sociali" (pag. 72), ed è a partire da ciò che è possibile divincolare la procreazione dalla sua pretesa naturalità per riconoscervi la valenza morale e umana che invero possiede. Di qui la proposta di una ‘teoria relazionale dell'io’ (per certi versi analoga a quella proposta da Botti, 2007), critica verso l'astrattezza e l'individualismo nella filosofia, a favore di una moralità più situata, critica verso il concetto di "autonomia come indipendenza" (pag. 81). La riconosciuta valenza morale di quello che tradizionalmente veniva definito il ‘privato’ emerge in particolare nella questione dell'aborto: la donna, lungi dal rapportarsi al suo feto in nome di un'etica universalistica o di un qualche principio razionale, opera un autentico processo di ponderazione in relazione al suo contesto affettivo e personale, che sfocia in una scelta che ha tutte le caratteristiche della scelta morale.
Linguaggio e potere. Riflettere sul nesso tra linguaggio e potere maschile rappresenta un momento di ricognizione fondamentale per le femministe, che nelle loro analisi hanno svelato la falsa neutralità con cui le parole depositano le asimmetrie di genere. Quanto agli usi linguistici, Claudia Bianchi presenta criticamente le diverse posizioni che si sono distinte sul tema nell'ultimo secolo: il modello del deficit, per il quale le donne parlerebbero un linguaggio inferiore e deficitario rispetto a quello degli uomini; il modello del dominio, secondo cui il linguaggio è una manifestazione del potere patriarcale, tanto pervasivo da impedire l'articolazione di "immagini alternative del mondo" (pag. 91); il modello della differenza, che vede i due sessi caratterizzati da "aspettative discorsive diverse" (pag. 92), quindi da stili di conversazione diversi, quello femminile cooperativo e paritario, quello maschile gerarchico e competitivo; il modello dinamico, che rifiuta la facile opposizione tra identità maschile e identità femminile, e teorizza una intrinseca mutevolezza dell'identità di genere, pensando al linguaggio nella sua "dimensione performativa, di azione e non di semplice espressione" (pag. 94), in virtù del fatto che "il genere non è qualcosa che possediamo, ma qualcosa che facciamo" (pag. 94).
Soltanto un'integrazione tra i modelli può portare a ovviare ai limiti di ciascuno, come evidenzia l'autrice, che conclude: "gli stereotipi sono il punto di partenza di molti lavori su linguaggio e genere, anche di quelli che si propongono di refutarli" (pag. 98) tanto da realizzare una "sostanziale conferma degli stereotipi" (ivi); ne risulta significativamente che "enfatizzare le differenze può essere allora una reazione alla paura di vedere destabilizzate le identità di genere" (pagg. 98-99).
Donne e scienza. L'oggettività è quel requisito ritenuto indispensabile per praticare la scienza, teso ad espungere dalla ricerca qualsiasi elemento che potrebbe contaminarla, comportando una radicale omissione degli interessi, del contesto storico-culturale, dei valori morali, della propria soggettività per rapportarsi impersonalmente alla realtà. Per questo motivo, osserva Alessandra Tanesini, sembrerebbe quasi incompatibile col femminismo, portatore di interessi e valori particolari. Tuttavia è possibile sciogliere la contraddizione formulando un nuovo concetto di oggettività, consapevoli che il suo significato è cambiato nei secoli, quindi forse "è possibile pensare che il modo contemporaneo di concepire questa nozione non sia necessario" (pag. 104), di conseguenza anche le relative concezioni femministe potrebbero sostituire il modello vigente. Il femminismo, attraverso la figura di Haraway, ha visto nell’oggettività un'‘illusione’ capace di generare una pretesa "di onniscienza e infallibilità" tale da rendere "il soggetto cieco di fronte ai propri pregiudizi" (pag. 108), poiché la conoscenza è parziale - nel doppio senso di incompleta e non imparziale - e credere il contrario può portare a una falsa coscienza nello scienziato. Si apre allora la possibilità di ripensare l'oggettività, rivalutando i cosiddetti "vantaggi della parzialità" (pag. 112): riprendendo un'idea marxiana, si può sostenere che gli individui di classi sociali svantaggiate vedano meglio gli aspetti oppressivi del sistema e siano privilegiati dal punto di vista epistemologico rispetto alle classi avvantaggiate. Pur nell'imperfezione della proposta, resta importante avanzare dei modelli alternativi al modello dominante di oggettività che benché si presenti come "la forma suprema di neutralità è invece maschile" (pag. 112).
Sesso e genere. Prima di affrontare sul piano teoretico la questione del rapporto fra donne e scienza, le femministe vi si sono confrontate su un piano storico, focalizzando sui fattori che per secoli le hanno allontanate dai circoli scientifici costituiti da uomini che ne hanno sottovalutato o ostacolato le prestazioni, dando forma a una prassi fedele al luogo comune per cui le donne non sarebbero "brave in matematica". Sorge così un interrogativo: le donne in quanto donne fanno scienza in modo diverso dagli uomini? Per Garavaso, le basi concettuali che giustificherebbero tale "privilegio epistemico" (pag. 127) consisterebbero nella prospettiva essenzialista e nel determinismo biologico, entrambe insostenibili: in primo luogo, "nessuno è mai solo una donna o un uomo, ciascuno di noi vive molte identità" quindi l'essenzialismo, che pretende di spiegare le differenze presunte o reali tra i sessi, si rivela indebitamente semplificatorio, poiché, come afferma Vassallo nell'Epilogo, "ci costringe ad appellarci ad un'oscura entità, la donna, entro cui costringere a ogni costo le tante differenze tra donne e varietà di donne, per sconfessarle o addirittura cancellarle"(pag. 142); mentre il determinismo biologico, per il quale sarebbe il sesso a determinare nelle donne delle caratteristiche cognitive diverse, non riesce a spiegare le così tante ‘eccezioni’ di donne che hanno contribuito significativamente al progresso scientifico e culturale. Di qui la nozione di genere, per Garavaso "il prodotto più importante dell'elaborazione teorica femminista" (pag. 124) poiché vede "un processo di indottrinamento culturale" là dove la tradizione ha visto un determinismo biologico. Come suggerisce Vassallo, se si finisce col vedere nel sesso un fattore determinante nella definizione dei tratti cognitivi e comportamentali, "si finisce con il dover cedere anche alla tesi razzista secondo cui le razze sentono, pensano e conoscono in modo differente" (pag. 138), quindi alla tesi classista, alla tesi eterosessista e via dicendo."In fondo, la donna non è che pura apparenza, una finzione al servizio dell'androcentrismo (...), uno strumento normativo utile per costringere gli esseri umani a comportarsi in determinati modi, per legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre" (pag. 142).
venerdì 8 maggio 2009
Il corpo delle donne
Cosa buona e giusta sarebbe diffonderle.
lunedì 4 maggio 2009
Sul potere dei genitori
Propongo alcuni stralci del famoso libro di Alice Miller Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé : un libro che mi è parso profondo, inquietante, riduttivo, giusto e ingiusto, parziale e obiettivo, allo stesso tempo. Non m'importa stabilire il valore argomentativo del testo, né aderire a una presunta scuola milleriana o ad una qualche scuola di opposto orientamento, semplicemente riflettere a partire da alcuni spunti che l'autrice propone.
La rimozione delle sofferenze infantili non soltanto influisce sulla vita dell'individuo, ma determina anche i tabù della società.
Le esperienze traumatiche di ogni bambino rimangono avvolte nell'oscurità; e sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva.
Non sempre siamo così colpevoli come ci sentiamo, ma d'altro lato non siamo neppure così innocenti come ci piacerebbe credere.
Si può ricordare ciò che si è vissuto in modo cosciente, ma il mondo affettivo di un bambino leso nella sua integrità è già frutto di una selezione in cui è stato eliminato l'essenziale.
L'autonomia vera presuppone l'esperienza della dipendenza.
E viceversa, esistono persone molto dotate che soffrono di gravi depressioni. Come mai? Perché si è liberi dalla depressione quando l'autostima si radica nell'autenticità dei propri sentimenti e non nel possesso di determinate qualità.
(...) tragica illusione secondo cui l'ammirazione equivarrebbe all'amore.
Il bambino non ha difensori. Com'è ingiusta questa situazione in cui un bambino sta di fronte a due adulti, estremamente più forti di lui, come davanti a un muro!
(...) anch'essi dei bambini insicuri che avevano trovato finalmente un essere più debole di loro con il quale sentirsi forti. (...) Il bambino si sentirà umiliato e disprezzato per non aver saputo distinguere (...) e alla prima occasione trasmetterà quei sentimenti a un bambino più piccolo di lui.
La soppressione della libertà e la costrizione all'adattamento non hanno inizio in ufficio, in fabbrica o nel partito, bensì già nelle prime settimane di vita.
Il loro comportamento riproduce l'atmosfera che creavano i loro genitori e di cui essi non si erano mai resi conto.
Poiché osano conoscere chi ha meritato il loro odio, si possono trovare a loro agio nella realtà, senza essere vittime della cecità del bambino maltrattato che deve risparmiare i suoi genitori e necessita perciò di capri espiatori. Il futuro della democrazia dipende da questo passo(...).
I genitori si vendicano inconsciamente sul bambino delle umiliazioni da essi patite. Nei suoi occhi curiosi viene loro incontro il passato di mortificazioni da cui sono costretti a difendersi col potere che hanno adesso conquistato. Con tutta la buona volontà, non possiamo liberarci dai modelli che abbiamo appreso in tenera età dai nostri genitori.
In molte società le bambine subiscono ulteriori discriminazioni in quanto femmine. Ma poiché come donne eserciteranno un potere sul neonato e sul lattante, faranno ricadere sul bambino, sin dalla più tenera età, il disprezzo che hanno subito. L'uomo adulto idealizzerà poi sua madre, perché nessuno accetta facilmente l'idea di non essere stato veramente amato; in compenso disprezzerà le altre donne, vendicandosi di lei su di loro. E queste, le donne umiliate, adulte, non avranno a loro volta molte altre occasioni di scaricare il loro fardello oltre a quelle offerte dal loro figlio. Qui tutto può accadere in segreto e restare impunito; il bambino non lo racconta a nessuno, se non forse, in seguito, in una perversione o in una nevrosi ossessiva, il cui linguaggio, comunque, è abbastanza cifrato da non tradire la madre.
Ciò che l'adulto combina con la psiche di suo figlio, riguarda lui soltanto; egli la tratta come una proprietà privata (...). Finché non ci sensibilizzeremo alle sofferenze dei bambini piccoli, nessuno presterà attenzione al potere esercitato dall'adulto, nessuno lo prenderà sul serio, ed esso verrà minimizzato, perché in fondo "sono soltanto bambini". Bambini che però tra vent'anni saranno adulti e faranno pagare tutto questo ai loro figli. Potranno pure impegnarsi, sul piano cosciente, contro la crudeltà "nel mondo", ma nello stesso tempo infliggerla inconsciamente a chi è loro vicino, perché porteranno in loro stessi una conoscenza della crudeltà, cui non sapranno più accedere, una conoscenza che rimarrà celata dietro l'idealizzazione di un'infanzia felice (...).
Si badi che l'autrice col termine "crudeltà" non fa riferimento (solo) ai casi ilimite, ai maltrattamenti manifesti, come la violenza e l'abuso, ma anche e forse soprattutto alla più semplice quotidianità del rapporto madre/padre-figlio/a.
Ci sono molti punti in sospeso, secondo me discutibili e imperfetti*, ma trovo che il testo sia bello per un motivo in particolare: riesce a rappresentare la per certi versi tragica disparità di potere tra i genitori e i figli, e quanto essa sia capace di orientare e condizionare l'intera vita. Il fatto apparentemente marginale di essere amati incondizionatamente, per quello che si è e non per quello che si fa, diventa una chiave d'accesso alla comprensione del "dramma del bambino dotato". Si tratta del bambino talentuoso costretto a sviluppare un falso Sé per rimuovere quella consistente parte di se stesso che i genitori mostrano di non amare. La minaccia di perdere quell'amore, il timore a essa connesso, segnerebbe l'inizio di una vita destinata all'alienazione e alla depressione, perché vissuta da un Sé inautentico e scisso.
(Il guaio è che, io, questo libro non so se leggerlo con occhi di madre o di figlia).
*Ad esempio, trovo che Miller parli del "dramma" solo in termini individuali, senza riconoscere alla società il suo enorme potere; inoltre sembra che l'unica redenzione possibile scaturisca dal percorso psicoterapeutico, l'autrice sembra negare qualsiasi fonte altra di "salvezza", dato che tutto sarebbe un sostituto simbolico di quell'amore vero, completo e senza condizioni che non si è mai conosciuto nell'infanzia.
sabato 25 aprile 2009
La saccoccia è pronta
Olanda, arrivo.
Ah, lo spazzolino.
Vi auguro di sopravvivere alla mia assenza.
State bene.
mercoledì 22 aprile 2009
Urgenze
Antefatto:
Pianeta Terra, 2008 d.C.
Da un po’ di mesi le giunte di centro-destra-destra di molte città d’Italia, in modo speciale del centro nord-nord stanno cercando di eliminare dal centro cittadino alcune tipologie di negozi, in particolare quelli di provenienza “etnica” e nello specifico ristoranti etnici che servono kebab, pollo al curry ed altre prelibatezze gustate dai seguaci di Bin Laden, dai negretti e da molta gioventù italica, evidentemente traviata.
Ha cominciato Bergamo, ora è la volta di Lucca ed è allo studio anche una legge regionale lombarda.
Ora, trasferiamoci nel 2012 perchè l’astrologo di Domenica in ci ha raccontato cosa accadrà in quell’anno, oltre alla fine del mondo.
New York, 31 gennaio 2012.
Dopo il clamoroso successo in Italia delle iniziative del Popolo della libertà riguardo la proibizione di mangiare cibi etnicamente “strani” in favore delle sane tradizioni locali, anche Obama è sceso in campo ordinando la chiusura dei ristoranti italiani e proibendo la somministrazione della straniera pizza in tutto il territorio USA. E questo per favorire le “bistecche alte un dito ed una montagna di patate” che rappresentavano il piatto tipico di Tex Willer.
Dopo aver dato prova di assoluto liberalismo, decidendo a livello politico, chi dovrà essere eletto e chi no, il Popolo delle libertà ha, nel corso degli anni, ampliato il controllo liberale anche su cosa gli italiani possono o non possono mangiare. Quindi niente Kebab, niente pollo al curry, niente spezie orientali nei nostri ristoranti. In ogni regione si mangerà quello che decidono i politici della libertà.
domenica 19 aprile 2009
Di facebook e altri demoni
Lo sappiamo già che è il grande fratello de noantri. "Stamattina ho male al molare destro", "vado a fare shopping", "odio il sushi". Per carità, informazioni degne del massimo rispetto. Ma è il tempio dell'inazione: ognuno afferma se stesso, senza alcun obiettivo che non sia quello di vomitarsi un pò addosso.
E' perfino possibile esprimere emozioni attraverso una formula prestabilita, quel "mi piace" senza ulteriori sfumature e specificazioni. Clic. Peccato che manchi l'opzione "mi disgusta" o "interessante, ma bisogna considerarlo sotto un altro punto di vista", no, per le sfumature bisogna che agisca tu, eh che ci vuoi fare. Dai, scrivi.
Sono sicura che prima o poi aggiungeranno l'opzione "abbraccialo", "dagli una pacca sulla spalla", "bacialo appassionatamente", "rimproveralo accigliato", "compiacitene con entusiasmo", "mi stai sul cazzo": ma forse sono troppo ottimista.
Magari dici la tua. Ma non dimenticare che leggeranno quello che hai scritto a Gianfranco Salumotti altre 300 persone, sì, gli amici degli amici: quelle entità informi che si aggirano come spauracchi nel monitor ("aggiungi ai tuoi amici Gioacchina De Benedettis", e la sua faccia è lì, trionfante, con gli occhiali da sole mentre scruta un improbabile orizzonte). Ne consegue che stare su facebook è come urlare in mezzo alla folla un non ulteriormente specificato "MI PIACE!" mentre tutti si voltano a guardarti. Le uniche modulazioni del volume previste sono due: l'urlo o il silenzio. Quest'ultima è la meno auspicabile: che fai, non ci metti pure tu, la tua faccia? Perché questo è il senso nascosto del, come i webbisti amano feticisticamente dire, quasi con aria snob, nuovo social network: "mettici anche tu, la tua faccia".
(Che poi, ho sempre provato una sensazione strana di fronte a questa parola, faccia. Sembra quasi un insulto. Che so, volto sarebbe un tantino più delicato).
Tuttavia, pare che gli ideatori si siano per tempo accorti che un sito basato interamente sulla metafora della pseudodalliana Piazza-Grande (che è in definitiva la trasposizione virtuale del marcuzziano GiEffe), dove gli interlocutori si scambiano urla brutali in mezzo a una folla informe, sarebbe durato poco. E allora giù con altre ideucce innovative.
Tra tutte, spicca il fatidico diventa fan. Essì, è la più alta azione concessa: proclamarsi fan di qualcuno o qualcos'altro, in genere miti televisivi (mai letto, che so, "diventa anche tu fan di Verga"), o di azioni quotidiane di infima importanza (es. "diventa fan di mangiare la nutella") o di altri social networks ("diventa fan di Invisibile di msn"), in un'autoreferenzialità senza pari nella storia umana.
Ma ci sono pure i giochetti, eh. Appaiono le facce (pardon: faces) dei tuoi fatidici amici, ed è così amazing! Non lo so, a me fa ridere vedere sbucare le facce dei miei amici così all'improvviso, tipo la faccia ammiccante di Pincopalla che estasiata sfoggia uno sfondo di palme, mentre mi spremo le meningi per trovare il quattordicesimo anagramma di "amaca".
Ogni volta che ci entro, le stesse oprazioncine pronte per essere eseguite, dando forma all'ennesimo tran-tran della giornata.
Regna la ripetizione dell'uguale. No, qualcosa di molto meno poetico del nietzscheano eterno ritorno.
Vabè, ma a me i giochetti al computer vengono a noia. E ora che faccio?
Posso mandare un regalo a Giuliano Pasticcetti, o anche solo offrirgli un caffè, senza spendere soldi e senza neanche assaporarlo, quel caffè, in una simulazione del reale che dà ben poco da godere ai sensi. Puoi fare tutto comodamente da fermo e in poltrona: parlare, ascoltare, leggere, bere un caffè, scartare un regalo, in una parola esistere, stando in solitudine e allo stesso tempo dandoti l'illusione di vivere una vita sociale. Immoblismo. Attivtà psicofisica ridotta al minimo in-essenziale (stand-by, direbbero i webbisti). I lombrichi sono più attivi, oh, quelli almeno strisciano.
Ma ci sono i gruppi! Quasi quasi mi iscrivo a "Quelli che...si grattano l'orecchio sinistro".Nascono come forum, finiscono come cimiteri, con tutti i nomi delle buonanime in ordine alfabetico, o come le lunghe liste con cui i funzionari del comune (sez. Anagrafe) hanno a che fare ogni giorno. (Mi si perdoni la similitudine a tinte fosche). Sfido io, a conversare per ore il 2954 persone sul fatto di grattarsi l'orecchio: proprio come nei talk show.
Ma ci sono i test! "Scopri che canzone del momento sei", "chi ti porteresti a letto: Brad Pitt o George?", "scopri in percentuale quanto sei femminile", "sei veramente intelligente?" in particolare quest'ultimo quiz pieno di errori grammaticali e dubbia sintassi.
E se hai solo 5 amici?. Solo un aggettivo può restituirti il senso di ciò: sfigato. E' chiaro, è un social network, non un a-social network. Guarda Tizia Tizzetti ne ha 135, che culo... E' Facebook, oppure: quando la matematica subentra all'amicizia.
Mmm, uff. Ma ci sono le foto! "Anvedi quant'era sbronzo qua er caciotta!" , "siete bellissimi, veramente", "maddai, chessei stata alle Maldive?" et similia.
Ok, ho visto le foto di tutti i miei amici. Le ho commentate tutte, tutte. Ora che faccio?
Oddio: che faccio? Eccola che arriva: la noia.
E si percepisce, l'ansia smodata degli ideatori di in-trattenerti.
Eppure, sai di non esserti divertito neanche per un secondo, sai di non aver effettivamente fatto nulla, almeno nel senso tradizionale della parola fare*. L'immaterialità dell'oggetto con cui ti rapporti, poi, inasprisce questa vaga ma non troppo sensazione di nulla.
*compiere, operare, creare, produrre; eseguire; fabbricare, edificare; preparare, eleggere, nominare, raccogliere, mettere insieme, esercitare un'arte, una professione, un mestiere; praticare, essere utile, conveniente, [detto del tempo] compiersi, essere.
giovedì 16 aprile 2009
La maternità, onestamente
Ho deciso di scrivere delle cose impopolari consapevole di espormi al rischio di farmi dare della madre-degenere. Paro in anticipo il colpo degli eventuali improperi con le seguenti considerazioni: di maternità si parla tanto, e sempre bene. La maternità è, a detta dei più, la-gioia-più-bella-della-vita, la-realizzazione-della-donna, eccetera eccetera. La tivvù elargisce feticistiche immagini di bambini bianchi e soffici, pubblicizza le vip in-dolce-attesa (chissà, magari decidono di farsi ingravidare proprio per incrementare i fans) , propone i suoi prodotti sempre all'interno dell'idolatrata famiglia, siano essi lavastoviglie, detersivi per il bucato, deodoranti o pennette al sugo. Parlate con la donna di strada di mezza cultura, vi dirà con gli occhi a cuoricino che Pincopallina è la sua vera felicità, che non desiderava altro che essere madre. Parlate del desiderio di fare figli davanti a tre o quattro persone, chi osi dire no, non m'interessa neanche in futuro verrà guardato con espressione inorridita, e non è imprbabile che ci scappi il solito sei un pò egoista (sic!). ( E' ovvio che tutti lo desiderano).
Ho letto da qualche parte che le persone desiderano avere figli per non affrontare se stessi, e che quando i figli saranno grandi a ciò ovvieranno nipoti e pronipoti. Io penso anche che ci siano persone che aspirano alla genitorialità perché fondamentalmente prive di interessi culturali.Ma qui non voglio fare una dissertazione sul desiderio di maternità, sulla sua opportunità e sulla sua fenomenologia, anche perché so bene che le motivazioni che inducono a voler figliare possono essere le più diverse -magari a me ignote-, e non ne escludo di nobili e degne del massimo rispetto. Qui voglio solo proporre delle osservazioni alternative a quelle che il senso comune impone (sì: è un'imposizione) sul fatto-di-avere-figli. Ce ne sono già troppi di incensamenti e celebrazioni della famigerata genitorialità, che talvolta si rivela terribilmente per quello che - spesso - è: una patetica e sentimentaloide fascinazione per-il-bimbo-piccolo, insospettabilmente connessa al desiderio inconscio insopprimibile di fare-come-tutti-gli-altri.
La realtà dispensa leggerezza e facili felicità: questo post è triste e pesante.
La realtà tiene molto a dare un'immagine idealizzata della famiglia (sempre rigorosamente eterosessuale), della madre, del padre e del bambino: questo post è brutalmente sincero.
Essere madre significa, fra l'altro:
Dover coltivare delle relazioni interpersonali che non si sono scelte, di cui non si avverte il minimo bisogno, di cui, insomma, si farebbe volentieri a meno, e che nel caso non si avessero figli si eviterebbero accuratamente, con persone per le quali non si nutre il minimo interesse (quando questo non prende le forme del disprezzo);
Doversi motrare premurose, attentissime e iperprotettive, pena lo sguardo sbigottito-schifato della tizia che dietro di te fa la fila in salumeria, della vicina di casa, della zia della cugina e del nonno del pronipote, tutti pronti a dire la loro sull'opportunità di coprirlo di più, coprirlo di meno, pulirgli merglio il naso, sistemare il cappellino in modo diverso nonché mettergli la sciarpina in quest'altro modo più opportuno ecc;
Dovere rinunciare a viaggiare liberamente e in appagante solitudine, è chiaro che con un bambino sarà impossibile uscire oltre un certo orario, senza contare quando ha sonno in mezzo alla folla che si fa?, e mica lo puoi portare in India che-si-prende-le-malattie, né lo puoi fare da sola, e se pensi di poterci riuscire sei egoista;
Doversi sempre appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto, in una condizione di perenne dipendenza che non solo sopprime in modo assoluto la privacy, lede con violenza i confini di quello che in etologia si chiama il proprio territorio , quindi la solitudine, ma presenta anche il non impossibile rischio che questo aiuto non sia del tutto disinteressato, di qui la costante-asfissiante preoccupazione di ricambiare e sdebitarsi a sufficienza (sarà mai abbastanza?)- questo ovviamente là dove, del tutto casualmente, l'aiuto sia disponibile: già in due ce n'è bisogno, figurarsi se la madre è single (perché giustamente il padre è in Venezuela e dato che il figlio non era ineluttabilmente nel suo corpo la questione è giusto che non lo riguardi);
Dovere rendere pubbliche le proprie decisioni, i propri stili di vita, le proprie convinzioni morali e la loro messa in pratica: tutto ciò verrà fatto oggetto di costante dibattito da parte di parenti e non parenti che, chissà come, c'entrano-anche-loro;
Dovere escludere progetti di vita considerati dalla società come destabilizzanti-per-il-piccolo;
Dovere sempre controllare la rabbia, mantenere la compostezza, essere esempi viventi di educazione e buone maniere: gli atteggiamenti "inconsulti" non sono materni né tanto meno femminili, il che fa presto a tradursi in un impeccabile mimare la madonna;
Dovere sentirsi dire, dopo una giornata passata ad avere piantato nelle orecchie un pianto martellante, con la concomitante necessità di mettere a posto il casino in giro, preparare il brodo, il passato di verdure, pappine pappette e cambi di pannolini, e attenzione che vomita ma forse ha il raffreddore, no non prendere lo spillo che ti fai male, dicevo, dovere sentirsi dire "sei depressa?" e dovere al contempo rispondere garbatamente, magari con un affabile (materno) sorriso;
Dovere riprendere la forma al più presto, per non sentirsi dire dalla commessa dell'Esselunga sottocasa "è di nuovo incinta?" e leggere l'imbarazzo misto a meraviglia nei suoi occhi di fronte al tuo inequivocabile "no";
Dovere farsi le sopracciglia, depilarsi, andare dal parrucchiere, salvo perdere i requisiti essenziali della "femminilità" ("ammazza com'è sciatta quella...");
Dover partecipare con entusiasmo a quelle conversazioni basate sul nulla, in cui l'interlocutore inonda il figlio di cicì cococò bubù sèttete e la madre di occhiate complici ed estasiate in attesa di un sorriso ricco di partecipazione, magari alternando bubù la madre e settete l'interlocutore, tutti insieme appassionatamente trasportati dalle fatidiche mistiche guanciotte;
Dover precisare che "è maschio" e spiegare perché, nonostante sia maschio, sia vestito tutto color arancio;
Dover chiedere aiuto al passante per trasportare il passeggino oltre le scale, ringraziare, magari per educazione fermarsi a fare una bella chiacchierata proprio quando hai tutta la fretta del mondo e magari l'umore nero, camminare per strada col passeggino col rischio di farsi schiacciare dato che sul marciapiede destro ci sono i ponteggi e su quello sinistro una sfilza di macchine parcheggiate col muso attaccato al palazzo, quindi odiare il sindaco, l'amministrazione comunale e imprecare silenziosamente contro sti-deficienti;
Dovere resistere alla passata voglia di uscire al sol pensiero che farlo comporterà tutto questo;
Dover trattenere un sonoro "ma vaffan.." di fronte alla parente che, con la più elegante semplicità e la freschezza di un mandorlo in fiore, ti domanda lindamente "ma non lo parti mai fuori, sto bambino?";
Dover vivere nella ripetizione e nel particolarismo (Cfr Quattro mura);
Dover passare i due quarti della giornata a sprecare le proprie risorse intellettuali in quesiti del calibro di "si offenderà la nonna x se questa settimana si va a pranzo dalla nonna y?", "si offenderanno le nonne x e y se per il primo compleanno vogliamo stare per i fattacci nostri?", "si offenderà l'amica della nonna x se non la faccio vantare davanti alle amiche su quant'è bello il suo nipotino?", "si offenderanno se non lo vesto come un clown per il matrimonio di Sempronia?" eccetera;
Dover vivere nella dissociazione: perdersi nello scarto tra ciò che si è e ciò che si deve essere, vivere profondi crisi d'identitàe di autostima ("chi ero e chi sono diventata? è una parte che sto recitando o sono io? mi piaccio così?");
Sapere che tutti questi pensieri sono destinati a restare quello che sono.
Ah, poi, tutti fanno sapere che vogliono-vedere-il-bambino. Non importa se non hai dormito la notte, se sei e vuoi continuare ad essere fondamentalmente asociale, se ti piace il silenzio, se non ami i bubù sèttete, se odi che qualcuno te lo strappi dalle braccia con una maleducazione che ha l'approvazione di tutti ("che c'è di male? sei gelosa?"), se hai partorito e il giorno dopo alle 7 del mattino bussano alla porta dell'ospedale, a mala pena ti salutano, lo svegliano e iniziano a fare scommesse sul fatto che somiglia-alla-zia-pina-no-non-vedi-che-è-uguale-a-nonno-ciccio-ma-aspetta-ha-i-tratti-di-mia-nipote-michelina nel più delirante festival del narcisismo che la storia abbia ricordato.
Dover sentirsi chiedere da tutti "allatti?" e, se no, spiegare il perché col pressoché certo rischio di non venire capita (è chiaro che la donna non può scegliere su quello che è naturalmente necessario, e che si addice al fatidico istinto materno), e, se sì, sentirsi fare i complimenti (?);
Dover vivere in un paese che può vantare come se fosse normale la candidatura alle politiche di un partito che basa interamente il suo "programma" (?) sulla parola assassine del tutto decontestualizzando l'aborto, mentre fuori gli asili nido costano un occhio, una madre lavoratrice subisce il più delle volte mobbing da superiori e colleghi (è chiaro che se stai a casa a badare a un figlio "ti diverti") , il lavoro domestico non viene considerato "lavoro";
Dover vivere, cioè, in un completo stato di abbandono, che in definitiva si traduce nell'ennesima conferma dello stato di subordinazione in cui vivono le donne, e la maternità così com'è rappresentata e organizzata in questa società (infatti penso che in una società organizzata diversamente le dimensioni del problema si ridurrebbero drasticamente, ma non scomparirebbe mai perché la mediocrità è più inestirpabile della peggiore epidemia) è un mezzo per costringere le donne a impedire la loro potenziale libera e ricca fioritura, in ogni senso. Si aggiungano a questo le campagne per l'allattamento al seno: allattare altera la parità nella divisione del lavoro con l'eventuale padre, e limita la libertà di movimento della donna. (E' chiaro che se l'allattamento è frutto di una scelta consapevole, non c'è nulla da eccepire).
Allora mi viene da pensare che forse la famigerata depressione post-partum abbia meno cause biologiche di quanto in genere si faccia credere.
Inoltre penso che essere madri può diventare fonte di ottundimento e autolimitazione intellettuale: concentrarsi, studiare, andare a fondo alle questioni, in una parola esercitare le proprie capacità critiche, può essere molto difficile, non tanto o non solo perché l'attività di pensiero viene costantemente interrotta e disarmonizzata dai brutalmente concreti pianti del piccolo, ma soprattutto perché si è costretti a vivere nel conformismo e nella medietà più volgari. Bisogna tenere duro, e ci vuole molta forza, soprattutto considerando che la società non fa nulla per favorire la capacità critica delle madri, nonché la loro libertà; anche perché come si è visto le considera tutt'altro che soggetti dotati di moralità intesa come capacità di discernimento responsabile sulle proprie azioni di madri, dal momento che tutti si sentono in diritto di dire la propria in merito a questioni su cui non si vede perché la madre non sarebbe capace di decidere da sola.
Mi fermo, anche se sotto sotto sarei tentata di proseguire, ma temo che tanta prolissità possa portare alla dispersione.
Casualmente proprio oggi m'imbatto in qualcuno che la pensa come me.
Ma è possibile, come ho scritto in qualche post fa, dare un nuovo senso all'essere madri? A pochi mesi da quell'articolo lo trovo già ingenuo. Lì ho decontestualizzato ingiustificabilmente la maternità, e ho dato l'impressione che sia tutta una questione di "coscienza personale", un fatto individuale da risolvere in edificante solitudine.
In realtà, è difficile continuare a camminare con due gambe in un mondo di zoppi. Tener fede a se stessi è già di per sé molto complicato, figurarsi quando i sé sono due per lo più in un mondo come questo.
lunedì 13 aprile 2009
Sull'otto marzo, e tutti i giorni dell'anno
E' quello che ho sempre pensato. Talmente tanto pensato che scriverlo sarebbe stata un noiosa ripetizione, per me.
martedì 7 aprile 2009
Sto male
Ma forse è il caso di porci alcune domande. E anche queste.
lunedì 30 marzo 2009
Quattro mura
Infatti un altro aspetto frustrante è il particolarismo. Le mura domestiche circoscrivono inequivocabilmente e ineluttabilmente il campo d'azione. L'operatività vive della e nella routinaria cura di un essere non autosufficiente, e nella drastica decurtazione del tempo da dedicare, dico genericamente, al resto. Nella mente della madre questo resto può assumere dimensioni e attrattive oltremodo irresistibili: fuori, il mondo pulsa di eventi, di volti e di sensi, quella porta separa la madre dall'"universale".
Lui scopre, vuole, annusa, chiede, protesta o approva, cerca ed esplora, il suo corpo e la sua mente prendono forma; la madre accompagna e assiste: c'è del bello, ma può non bastare.
martedì 17 marzo 2009
Lagne
Monogamia ed eterosessualità istituzionalizzata
Scritto per www.liberareggio.org
Non possiamo negare il fatto storico che ha visto la monogamia affermarsi per motivazioni economiche, legate a una semplificazione nella trasmissione del patrimonio. Il fatto di avere un solo partner ha, cioè, una giustificazione culturale che non trova paragoni in natura. Si potrebbe tuttavia obiettare che non è la natura a fare l’uomo: anzi, l’uomo si distingue dalle altre specie, e in un certo senso deve se stesso, alla cultura.
Ma al di là dell’annoso problema dell’interazione tra natura e cultura, e di oziosi bilanci tra chi delle due più influisca nella definizione di ciò che siamo, quella della monogamia è una questione che merita un approfondimento e una messa in discussione.
La fedeltà al coniuge è l’istituto che principalmente - oserei dire - garantisce una qualche stabilità all’ordine costituito. La connessa convinzione che sia giusto avere un solo partner, che si debba sceglierlo implicando in questa scelta la concomitante esclusione di tutti i partner possibili, il senso di colpa che si accompagna al quello che (connotandolo negativamente) chiamiamo
tradimento, e il pensare alla fedeltà come a una questione di rispetto di sé e dell’altro, la gelosia nei suoi confronti, potrebbero essere un derivato psico-sociale del concetto di proprietà, e dei diritti a esso connessi. Ma non solo.
Si potrebbe pensare che una società poligama sarebbe disordinata e caotica, soprattutto se si considera la questione della maternità e della paternità: dovremmo rivedere moltissimi assiomi dati per certi nelle scienze umane, come ad esempio le teorie psicologiche che parlano della coppia che alleva il figlio come la norma, per cui tutte le situazioni che si allontanano da essa rientrerebbero nel patologico, senza tacere che sarebbe difficile tentare di spiegarle a partire da un terreno inconsulto, come quello della poligamia generalizzata. La questione della proprietà, poi, si farebbe seriamente complicata…come ripartire un patrimonio di media entità fra 5 , 6 mogli e, magari, altrettanti figli? I codici giuridici che regolano le nostre società perderebbero la giustificazione fondamentale delle loro norme: il matrimonio monogamo.
La poligamia, insomma, porterebbe a degli enormi risvolti politici, tali da determinare un autentico disordine sociale, economico, politico. Ho persino difficoltà a rappresentarmelo, il caos cui darebbe luogo…ma forse perché c’è in me innanzitutto la convinzione che di caos si tratterebbe.
Sotto questo punto di vista la monogamia e l’eterosessualità sono due facce della stessa medaglia. Lo scandalo e il timore che suscita nelle genti il pensiero che si possano legittimare famiglie omosessuali, è esattamente la causa e l’effetto del meccanismo di cui sopra: la promiscuità, la poligamia, una sessualità non regolatasovvertirebbero gran parte delle certezze che, pragmaticamente, permettono a una società - a questa società - di funzionare.
Ma - e qui mi ripeto - il fatto di dare per scontato che una società non funzionerebbe che così, la dice lunga sugli schemi che abbiamo inculcati nella mente, tali che per sradicarli dovremmo fare uno sforzo molto superiore alle nostre effettive possibilità: quelle dateci dallo status quo, dall’ordine costituito.
Se facciamo rientrare in questo discorso le controversie legate all’aborto, alle discriminazioni sessiste, alle rappresentazioni della madre come buona e altruista e del padre come quello che dà il seme e porta i soldi a casa, abbiamo forse meglio chiaro il quadro in cui si esplicano le nostre vite: un contesto fortemente pre-regolato, che agisce prima di tutto sulle nostre menti, e solo dopo, mediatamente e per derivazione, sulla realtà.
Pensiamo alla donna che si dà a più uomini: è facile che incorra nella riprovazione generale, se non, nei casi più sfortunati, nell’epitetoputtana. Il terrore del ragazzino che si scopre in flagranza di desiderio omosessuale, che lo porta a rimuovere quest’impulso censurandolo, o che gli fa tremare le gambe al sol pensiero di comunicarlo ai suoi genitori e amici; lo sfottò e l’espulsione da quel clima di approvazione sociale che lo attendono,cosa sono, se non realtà legate allo stesso meccanismo di potere?
Perché pensiamo al libertinaggio, alla promiscuità, alla poligamia per l’appunto (in senso lato) come a qualcosa di moralmente deprecabile? La nostra stessa forma mentis è pre-orientata nel senso di quest’ordine. E si vede bene come la funzione importantissima che, a livello conoscitivo, socio-psicologico e simbolico, ha il pregiudizio:lo stesso Rousseau vide nei dogmi e nei miti che ciascuno ospita in sé, una base stabile senza la quale - forse - ci sentiremmo persi.
Demistificare - a partire dalla conoscenza - può portare a esiti imprevisti, e l’isolamento nel quale la si pratica può portare all’alienazione: si finisce per non riconoscersi più nella società in cui si vive, e, di più, nei ruoli che essa pretende dai noi, sia pure paventando il caos come unica alternativa possibile ai suoi dogmi.
mercoledì 11 marzo 2009
Revolutionary Road
Capita di vedere dei film che, per l’elevato legame col proprio vissuto autobiografico, sono oggetto di visione spasmodica e ansante. La sensazione è quella di vedere fuori ciò che si ha dentro: in forme diverse da come le si era pensate, ma pur sempre quelle. Al di là del nesso col proprio mondo, questi film sono un condensato di particolare e universale, perché mentre raccontano le ambiguità emotive del singolo raccontano le contraddizioni di un qualche tutto.
Mi riferisco a Revolutionary Road. E’ un film sui ricatti – ne avevamo già parlato, no? – cui la società sottopone i suoi membri; sull’ordine sociale che si pone come imperativo e prioritario rispetto agli impulsi vitali di chi vi appartiene ma non vorrebbe. Non posso andare, ma non posso neanche restare : non esiste una collocazione per chi abbia occhi e antenne sensibili al ricatto. L’esaurimento, l’alienazione, sono gli unici esiti possibili, le uniche conseguenze logiche, di questo vivere stretto dentro a un mondo disumano. Mi ricorda Carmelo Bene “finché lavoreremo non potremo parlare di libertà” o qualcuno che, su questo blog, mi faceva notare che chi lavora non può pensare, perciò è in un certo modo praticamente costretto a turarsi le orecchie, e a sentire solo quello che gli si vuole far sentire.
Dentro Revolutionary Road c’è Orwell, c’è Adorno, c’è Kafka, c’è Brazil , il ’68 , Ionesco e il teatro dell’assurdo, Madame Bovary, le forme deformi di Munch, la vita di tutti noi oggi.
Interessante, poi, notare come la verità spetti sempre ai pazzi dirla, come lo sfinimento della donna corrosa dalla percezione del ricatto venga relegata al mondo della psichiatria: sorge il dubbio che la pazzia sia una parola creata dallo status quo per rendere inerte di fronte a se stesso qualunque possibilità di sovvertirlo. E’ facile convincere il dubbioso di vagheggiare utopie infantili: è facile condannarlo alla solitudine del “ sognatore” dal momento che “realistica” è solo una cosa: accettare lo status quo come vero. La parola più pesante, più efficace, che un burocrata degno di se stesso possa pronunciare per convincere il potenziale ribelle che un mondo diverso da quello che gli propone è impossibile, è realismo. Cos’è il realismo, poi? L’ismo dello stato di cose, dell’ordine costituito: in una parola, la sua religione. E’ possibile, infatti, professare la religione dell’esistente, adorare le cose come stanno vedendo in esse l’epifenomeno della Verità, il rivelamento ultimo della nostra propria essenza, il senso del nostro stare al mondo . Ma, a ben guardare, questo professato realismo non è realista fino in fondo: se lo fosse, vedrebbe le istanze del cambiamento che, nella realtà, pulsano. L’angoscia del richiedente che si trascina di ufficio in ufficio, del funzionario stanco di timbrare le carte, della casalinga che guarda dalla finestra il giardino in cui giocano i suoi bambini mentre si fa un goccetto, dell’uomo sposato che desidera una donna d’altri, dell’alternarsi insignificante di buongiorno e buonasera – grazie e prego – non si preoccupi e si figuri, del volto sconvolto di fronte all’ennesimo “non sta bene”, è la tangibile realtà del rigetto della realtà così com’è. L’opera censoria , l’instancabile super-io che con impareggiabile lena si adopera per distruggere quel poco di vita che alberghiamo dentro, è il vero collante di una società tenuta insieme nel delirio di persone che fanno quello che fanno dimenticandone, specificamente, il perché , e che pure lo giustificano ciecamente.
Negli occhi di April , la protagonista, brucia la contraddizione del perpetrarsi di quest’insensatezza collettiva : non posso andare, ma non posso neanche restare, urlano in quel silenzio che è la manifestazione più vera della vita che recalcitra tra le sbarre di una prigione che non vede quasi nessuno.
“Andremo da uno strizzacervelli” : dove si potrebbe andare, altrimenti? La maschera deformante che si pretende indossi non può che generare malessere, disagio, turbamento: dal momento che non possiamo spiegarceli, che non possiamo collocarli , zittiamoli a colpi di xanax ed elettroshock, e tiriamo avanti, continuando a far finta di essere sani.
Che poi la fine di April sia data da un aborto tragicamente autoprocurato, la dice lunga : nella questione dell’aborto si addensano i diktat di un sistema che premette i ruoli alle persone, la finzione alla verità, per il quale rifiutare una maternità non voluta è un atto troppo sovversivo per ammetterne la semplice plausibilità. La sovversione è rispetto alla costrizione nel ruolo, e all’ordine anteposto in termini d’importanza a chi lo dovrebbe mantenere.
April muore. Poi se ne parlerà ancora, tra amici di fronte a una tazza di tè, sarà l’argomento di conversazione del giorno: ma c’è un turbamento nelle facce degli astanti, torniamo a parlare della partita di football , e sfuggiamo a quel disagio troppo scomodo da decifrare.
AGGIUNTO
Nel film, inoltre, si insinua la possibilità per April e compagno di sovvertire la classica borghese divisione del lavoro tra uomo e donna: lei lavorerebbe, lui dovrebbe "leggere, studiare". Alla fine lui, proprio come il protagonista di Les Rhinoceròs di Ionesco, ha una crisi: per analogia con la commedia, si potrebbe dire che avverta la difficoltà, allo specchio, di distinguere se sia ancora un essere umano o se rechi già i tratti del rinoceronte: animale nel quale, nel frattempo, tutti gli altri si sono già trasformati. E' il fatto che tutti si è in un modo a far dubitare che sia anche solo possibile essere in un altro. Di più, il sistema gli dà la sensazione che, in fondo, sia possibile scegliere, allo stesso tempo presentandogli come unica decisione semplicemente sensata quella della sua sottomissione a esso. Si ha perfino difficoltà a focalizzare su se stessi, tanto si è impregnati dell'identità preconfezionata che il sistema ha pre-scelto per ciascuno. Esso sottrae gli individui al "disturbo" di definire liberamente, tramite un percorso originale e creativo del tutto personale, il proprio essere se stessi. Si è, letteralmente, espropriati della vita.
venerdì 6 marzo 2009
La burocrazia
venerdì 6 febbraio 2009
Il potere e i suoi ricatti
Il potere riesce a insinuarsi nella parte più intima delle loro coscienze, in modo da indurle a perpetrarlo, a replicarlo esse stesse: si rafforza grazie a questo tipo di masochismo indotto. Foucault lo chiamerebbe disciplinamento.
Sua caratteristica principale sta, dunque, nel convincere che non esiste. Le maschere con cui si presenta recano i tratti della normalità, del quotidiano, della banale routine su cui non c'è nulla da discutere, e per ciò stesso risulta più convincente.
Terribilmente vive del fatto di presentarsi - invisibile- come l'unica realtà possibile. Fa credere ai suoi complici assoggettati di essere la natura. La loro immaginazione subisce allora una drastica castrazione: non c'è da desiderare che tra quello che viene presentato come ovviamente desiderabile. C'è una gamma limitata di desideri appositamente preconfezionati dal potere, e la libertà di scelta degli assoggettati complici dovrà esplicarsi su questa ristretta predelimitata zona. Eppure le vittime hanno la sensazione di essere liberi, di avere il controllo delle proprie vite, che il loro inconscio accolga niente più che qualche ordinaria frustrazione.
Ma questa sensazione è la linfa di cui il suddetto si nutre.
Le possibilità cui è legittimo aspirare sono preselezionate al punto che si vive stretti nel recinto dai confini appositamente stabiliti.
Come saltare fuori dal recinto? C'è una specie di ricatto. Come uscire da qualcosa che non si vede? E se lo si vede, come uscire da qualcosa che sino all'altro giorno sembrava la realtà, l'unico mondo possibile? Un'immaginazione già castrata e una realtà già epurata dei suoi elementi eccedenti, ribelli, non assoggettati, concorrono a tagliare le gambe a chiunque voglia mettersi in corsa per andare al di là del recinto.
Quando una donna rimane incinta, ella può portare avanti la sua gravidanza con un compagno, o da single. In entrambi i casi di certo non potrà aspirare all'autosufficienza. Dovrà appoggiarsi a qualcuno, o dovrà fare la madre rinunciando a se stessa. In ogni caso c'è bisogno di una protesi alla sua possibilità di essere.
C'è un tentativo di disciplinamento dietro i movimenti antiabortisti, i politici che vi si richiamano, la chiesa,e il senso comune su cui tutti questi messi insieme fanno leva.
Il senso comune è la faccia con cui si presenta alle sue vittime il potere. Esso è capillare, multiframmentato, insinuoso, zitto ed eloquente, si espande scegliendo per sé le maschere più credibili.
Alla donna incinta che non lo abbia desiderato, verrà prospettato un futuro di pentimento e sofferenza: difficilmente si libererà di quel dolore, così le viene detto e così probabilmente - non necessariamente - è. Le è dunque capitato qualcosa di irreversibile: in ogni caso dovrà aspettarsi una menomazione.
Certo questo è solo uno degli aspetti in cui si esplica il potere.
Vederlo, sollevare la coltre spessa dietro cui abilmente si nasconde, è il primo passo per indebolirlo. Dopo, quando si è cominciato a capire, non si può non continuare a riconoscerlo come tale, e , a meno di non tradire se stessi - e quindi alienarsi - non ci si può più convivere asetticamente: come se non ci fosse.
Credo che quello del comprendere sia un processo irreversibile. Quando si inizia a capire, non si può più tornare indietro: c'è una specie di necessità e ineluttabilità in questo. Lo diceva qualcuno a proposito della scienza: una volta che si è scoperto qualcosa, ad ogni scoperta ne segue un'altra, secondo un processo potenzialmente infinito.
mercoledì 4 febbraio 2009
Dare un senso nuovo all'essere madri
martedì 3 febbraio 2009
Scrivere e questo blog: una specie di scommessa
La scrittura autentica mi incalza, e mi supera prima che io riesca a razionalizzarla. Ansimo, tremo, sudo dietro di lei. E le parole sono come marmo liquido che nasce dalla lotta tra me e il dolore.
Una precondizione è la sofferenza, intesa come un sentire... molto, che si esplica nell'incessante collisione con le cose. In questo senso si può dire che scrivere è un tentativo disperato di far sgorgare le proprie emorragie.
Ma capita che si è talmente tanto sanguinato da non avere altro da fare che incrostarsi.
Il silenzio, un dire solitario e autoreferenziale, un guardare troppo ambiguo alle cose, neutralizzano il potere e l'esigenza della penna per sostituirvi una insondabile inespressività, che alle volte prende le forme di un tacere ottuso.
Al momento non riesco a svincolarmi da questa radice emotiva del mio scrivere.
Ma è troppo tempo che scarto la possibilità di dirmi in ogni forma, e sento che è tempo di tornare a inseguire le parole, foss'anche senza dar conto delle emorragie.
Farò di questo blog un momento di questo dire, ma nel caso che il silenzio continui a pervadermi tanto insistentemente, non vedo alternative sensate alla sua chiusura. Ma vediamo se mi riesce di rianimarmi/lo.
In caso di sua morte sono certa che i miei 2 lettori se ne avrebbero a male, ma l'ho scritto qualche post fa, che è il distacco che ci fa crescere !
lunedì 5 gennaio 2009
La biblioteca comunale.
Certo il riscatto culturale di una città (ammesso che sia possibile riferirsi a un riscatto di questo tipo riferendosi a un contesto sì individuato, ma nondimeno sparpagliato e impersonale come quello di una città) non può derivare dai titoli dei libri che ospita la sua biblioteca. Ma il fatto che essa non vanti alcuna attenzione speciale (ordinariamente speciale) come meriterebbe è indicativo dell'"opinione"che della "cultura" (in senso disperatamente lato) ha la città in questione.
Ma forse è l'aggettivo "comunale" che accompagna la parola "biblioteca" il vero problema.
Ho sempre creduto che i libri siano una componente fondamentale per il miglioramento profondo di una persona e di una società. Anzi, non parlerei tanto di miglioramento - ha un suono istituzionale, quindi banalizzante -, ma piuttosto di dinamismo, di movimento. E' evidente che qui si promuove la stagnazione, l'immobilità, il ridondante guardare a se stessi come a qualcosa di esaustivo per la vita, come all'unica fonte di senso.
lunedì 29 dicembre 2008
Crescere.
Non è più quella vaga sensazione spiacevole dei tempi del liceo, né quella tristezza improvvisa che ti prende quando un amico ti ha voltato le spalle o un parente muore. E' quella certezza pressoché fisica di non potere condividere fino in fondo il proprio mondo con qualcun altro. Sapere che il proprio vissuto è praticamente inaccessibile a chicchessia.
E che non c'è grande amicizia, profondo legame, intensa relazione, che possa attutire il colpo di questa violenta consapevolezza.
Non si scappa. Il tuo mondo è uno, e tuo. Gli altri possono intuirne il senso generale, annusarne i contorni, sfiorarne degli sprazzi, ma mai toccarne i fondali: sentire di appartenervi.
Né vale il tentativo di spiegarlo, il proprio mondo. La spiegazione tradirà, nell'atto stesso di presentarsi come altro dal suo oggetto, lo scopo - nonché la possibilità stessa - della trasmissione.
Il vissuto dell'altro è maledettamente diverso dal tuo, e non c'è verso di fargli capire che cosa è quello che tu vuoi dire adesso. Le parole sono sforzi sovrumani per abbattere i confini tra le proprie solitudini. I tentativi più disperati di superare questo isolamento costitutivo.
Nel trauma della comunicazione impossibile, persiste il senso di impossibilità assoluta di una comprensione profonda dei propri reciproci mondi. L'affetto, per quanto grande, potrà vincere questa barriera solo relativamente...non basterà, infatti, per abbattere la corteccia ostinata della solitudine retrostante e "dura".
Allora forse diventare adulti significa... accettare che è così. L'adolescente (in senso lato) lotta contro ciò che ha intuito essere ciò aggrapandosi ora a questa ora a quella speranza. L'adulto, dopo numerosi pianti, smette di provare rammarico per questo e finalmente ne comprende la necessità. Così impara a dover sopportare questa che ha appreso essere la sua ineluttabile condizione.
Solo allora si potrà accedere a un livello superiore di relazione. Una relazione lucida, dove la prorompente affinità con l'altro è fino a un certo punto. E dove, da soli, si è più solidi, integri. Ci si rapporta all'altro a partire da una base "consistente".
Si impara a bastare a se stessi.
E' questo il culmine di quel processo che comincia nella prima infanzia, al momento dello svezzamento: anzi, già prima a ben pensarci.
La condizione migliore è quella intrauterina, quando la solitudine deve fare i conti col limite fisico alla sua possibilità. Madre e figlio sussistono in un legame simbiotico, strutturale, essenziale per la vita. Col trauma della nascita ha inizio il distacco, che col procedere dei mesi si trasforma in autentico dolore. Il piccolo soffrirà presto della sua presa di coscienza di essere altro dalla madre: del fatto che la madre abbia una vita propria, indipendente dalla sua: che essa sia un'altra persona, e non quel prolungamento dolce del proprio indefinito e inconsapevole sé. I modi con cui quel dolore - vero e proprio - verrà "gestito" avranno un peso notevole nel successivo sviluppo affettivo/emotivo del piccolo.
Col procedere della vita, la lezione che costantemente apprenderà è quella del distacco, della perdita, della mancanza di. Crescere è un soffrire progressivo nel e del distacco.
Finché un giorno il dolore raggiunge la soglia della lacerazione, e produce una spaccatura tale dentro, che poi il percorso dovrà cambiare direzione e modificare se stesso. Verrà allora il tempo dell'accettazione, della presa di coscienza lucida, della deposizione delle armi ... che farà spazio a una superiore apertura al mondo.